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Akina Nakamori
recensioni
Coperdina di BITTER and SWEET - Akina Nakamori
BITTER and SWEET
Album pubblicato il 03 Aprile 1985

Settimo album per la cantante giapponese, e primo dei due pubblicati nel 1985. Tra i lavori di maggior successo per la Nakamori (oltre 550000 copie, risultato che lo ha portato ad essere il nono album più venduto dell'anno), forte della presenza di uno dei brani più celebri dell'artista (“Kazari janai no yo namida wa”, scritta e composta per lei da Yosui Inoue, e suo terzo singolo in termini di risultati), il disco si evidenzia per un sound sintetico, spigliato e brillante, che mette in risalto una scrittura vivida e un'ampia gamma di interpretazioni. Non mancano ballate e momenti di maggiore ricerca strutturale, ma è fondamentalmente pop l'impianto sul quale si poggia l'intera fatica.
812 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 23 Febbraio 2016
Riproposta ed aggiornata il 22 Agosto 2016
Akina Nakamori - BITTER and SWEET
Akina Nakamori - BITTER and SWEET
Se il 1986 è stato, con poche possibilità di smentita, l'anno che ha visto Akina Nakamori raggiungere nel complesso i migliori risultati dal punto di vista artistico, non è che quanto lo ha preceduto (e analogamente quanto ne è seguito) sia privo di fascino o interesse. Giusto l'anno immediatamente antecedente nel calendario ha anzi dimostrato che i pinnacoli ottenuti con “Fushigi” e “Crimson” giungevano da lontano, non erano il frutto di una trasformazione improvvisa. Certo, riscontrare in “BITTER AND SWEET” e “D404ME” elementi realmente costitutivi delle prove successive forse è una rarità, un azzardo che non ci si sentirebbe di prendere così a cuor leggero, ciò non toglie che quanto si riscontra nelle pieghe dei due album del 1985 splende di una creatività e di una qualità che non si avrebbe problemi ad accostare a quella della doppietta che ne avrebbe preso le redini. In particolare il primo dei due, destinato ad essere uno dei dischi più acclamati dell'intera carriera di Utahime, mette nero su bianco come il livello delle sue pubblicazioni, dal punto di vista melodico e compositivo, piazzasse l'asticella a misure di cui ben pochi, se fossero stati in una simile posizione, sarebbero stati capaci. In un panorama pop in costante e rapida ridefinizione, come quello del Giappone negli anni 80, non è un fattore da prendere così alla leggera, anzi. Se poi si riescono a piazzare brani destinati a diventare patrimonio comune della cultura popolare, si può essere certamente persuasi dal fatto che, anche con il tasso di sperimentazione pressoché azzerato, lo standard impostato da un simile lavoro è di quelli che si fatica a dimenticare, e la cui influenza si è avvertita per molto tempo. A prescindere da quanto ottenuto successivamente, lo stile-Nakamori è qui che si cristallizza del tutto.

Senza alcuna necessità di preamboli e introduzioni, l'album attacca con quella che è diventata, con ogni probabilità, la canzone più celebre nel repertorio dell'artista. Scritta per lei da un'eccellenza della musica giapponese quale Yosui Inoue, e nota per le difficoltà metriche del ritornello, “Kazari janai no yo namida wa” è tra i distillati più puri del j-pop anni 80, un concentrato di tutte le caratteristiche, musicali e melodiche, da cui è molto difficile prescindere (a meno che ovviamente non ci si rivolga a tutt'altre scene). Sintetizzatori sbarazzini e giocosi, un pizzico di ottoni a rendere l'atmosfera più raffinata e di classe, coretti in scia soul: ecco la ricetta perfetta per un brano fresco, assolutamente contemporaneo, dalla scrittura limpida e dall'arrangiamento tutt'altro che cliché. Quando poi Akina mostra che razza di interprete fosse, muovendosi su due registri totalmente diversi tra strofe e ritornello (e quel ritornello, vero e proprio scioglilingua, dev'essere stato uno scoglio da superare non da poco), c'è poco da fare se non capitolare. Raccogliere una sfida del genere per un brano pop solo in apparenza così semplice è questione tutt'altro che scontata. Leggermente meno frizzante nella ritmica, ma non per questo meno maliziosa nello spirito, “Romantic na yoru da wa” esibisce una patina sintetica un po' più soffusa (al di là del micidiale e memorabile attacco), in compenso gli ottoni acquisiscono maggiore centralità e ammorbidiscono il portato dell'arrangiamento rendendo il pezzo quasi vicino ad atmosfere sophisti-pop. Non che ci si avvicini realmente a quel tipo di soluzioni, di certo però la piega che prende la canzone è decisamente più suadente e “sensuale” di quella del precedente brano, e anche per questo se possibile, ancora più affascinante. Se il refrain viaggia anch'esso su livelli di eccellenza assoluta, non da meno è comunque il bridge, che sa predisporre al chorus con grande caparbietà, puntualizzando una struttura davvero solidissima. Inutile parlare molto di più della performance della Nakamori: la qualità generale e le sfumature che sa conferire al pezzo non temono proprio raffronti di alcun tipo. Con “Yokan” si entra nel scivoloso territorio delle ballate, sempre rischioso per chi non è capace di gestirlo al meglio. A questo giro, per la cantante le cose vanno nel migliore dei modi: non soltanto con quei leggeri e carezzevoli tocchi di synth si va a parare dalle parti dei lenti inclusi nello splendido “Crimson” (in una sorta quindi di premonizione di ciò che sarà), ma si tira fuori una potenza lirica di prim'ordine, che nulla ha da invidiare ai momenti più celebri di Akina in quest'ambito. Tenersi poi da parte sua sul registro medio-basso della propria voce si è rivelata una scelta oltremodo azzeccata, dacché conferisce al pezzo una delicatezza e allo stesso tempo una profondità che altrimenti non sarebbero state evidenziate in alcun modo. E se l'arrangiamento pare un po' datato (caratteristica d'altronde propria di tutto l'album), ci pensa la sensibilità con cui la canzone è stata suonata a scacciare questa impressione e lasciar trapelare tutti i particolari emotivi di cui la melodia si avvale. Con un taglio ritmico che parrebbe quasi electro-disco, viste le sinusoidi di synth con cui il brano si apre, e archi a rendere l'impatto più drammatico, “Tsukiyo no Venus” è un'altra buona occasione di constatare come tutto quanto orbitava attorno ad Akina Nakamori facesse in modo di captare tutti i migliori trend in circolazione e cucirli su misura della vocalità e dell'espressività della cantante, di suo duttilissima, ma comunque dotata di un'intensità e di un pathos che rendono al meglio in un registro meno squillante. In questo brano, se anche il ritornello pare procedere in una direzione simile, tuttavia è compito delle strofe smorzare l'impatto più pronunciato del chorus e restituire al timbro della cantante una maggiore sottigliezza espressiva, che sopra una melodia del genere non delude affatto. Di certo, non si fa fatica ad annoverarlo tra i pezzi più suadenti dell'intero lotto. Il discorso si fa invece totalmente diverso per “BABYLON”, che smentisce in parte la questione della linearità pop accennata in precedenza e mostra invece un approccio alla scrittura marcatamente più sperimentale, comunque non propriamente inedito già allora nella discografia dell'artista. I synth disegnano traiettorie tutte loro, indubbiamente riconoscibili sin dal primo ascolto, ma è sopra di questi che avviene quanto di bello e significativo ha da offrire il brano: con una costruzione apparentemente macchinosa, eppure fluidissima nel gestire tre parti melodiche così diverse tra loro, il pezzo si staglia per un coraggio e un'ambizione che tuttora ben poche frecce nell'arco della Nakamori sono in grado di esibire. La spregiudicatezza del refrain, affrontato con un piglio da bimba imbronciata, vale da sola il prezzo del biglietto, in ogni caso. “UNSTEADY LOVE” è l'ennesimo cambio d'abito all'interno del disco, cambio che però appare più accentuato a seguito della canzone che la anticipa. Non che si tratti comunque di un tipo di composizione già apprezzato all'interno del lavoro, visto che, con la sua ritmica dal tocco quasi dance, e la melodia che si lancia in un uptempo stavolta reale, il brano setta uno standard melodico di effervescenza pop molto difficile da rilevare altrove nella sua carriera. Certo, come lo stesso titolo suggerisce, è un'allegria forse un po' eccessiva quella che si respira, ciò non toglie che battere il ditino a ritmo è tutt'altro che evitabile. E quel “Sayonara” nel ritornello rimane inesorabilmente impresso, c'è ben poco da farci. Si corre su binari nuovamente diversi in “DREAMING”, che da canto suo ne approfitta per sfoggiare calde sonorità funky dal sapore tropicale, dove è il basso a fare il buono e il cattivo tempo. Un vero peccato che a simili scelte musicali non corrisponda una scrittura davvero solida: lungi dall'essere un pezzo del tutto insignificante, si tratta però di un episodio senz'altro minore all'interno del disco, privo com'è di un andamento melodico potente o di una linea canora che sappia stagliarsi con incisività. La chiusura, affidata a tastiere e ad un pianoforte dal taglio atmosferico, garantisce comunque una piacevolezza di fondo che si mantiene intatta lungo tutto il pezzo. “Koibito no iro jikan” ripristina invece le sfumature sophisti-pop già espresse in “Yokan”, ma con un convincimento e una capacità mimetica ancora non riscontrate. Dinamica sotto il profilo squisitamente ritmico, con interventi di sax a spingere le sinuosità del brano verso una sensualità tutt'altro che timida, la traccia splende per una delicatezza e allo stesso tempo per un'incisività che si fanno già premonitrici di quanto sarebbe stato inciso di lì a poco (anche nel successivo “D404ME”, per dire). Una forza espressiva che purtroppo non si può dire propria degli ultimi due brani che compongono la raccolta: spostando la propria attenzione su vere e proprie ballate, con tutti i crismi e i cliché del genere, “SO LONG” e “APRIL STAR”, al di là dell'ovvia lentezza, scorrono placide e tutto sommato innocue, prevedibili nel loro decorso melodico e tutte incentrate sull'aspetto emotivo, caldo, della voce di Akina, che da questo punto di vista non delude affatto. Non che siano in sé malvagie (la prima tra l'altro è attrezzata di un bridge per nulla scadente), ma in un album che nonostante tutto dà prova di una versatilità e di un'efficacia pop rare in quel periodo, è un piccolo smacco che non ci si sente in dovere di tacere.

Se già “Possibility” mesi prima aveva messo in mostra che l'immagine di Akina Nakamori stava andando incontro ad una maturazione e un cambiamento di prospettiva inarrestabili, “BITTER AND SWEET” sancisce l'effettiva trasformazione, mostrando tutta la tempra e la brillantezza, caratteriale e non, di quella che a soli 20 anni (nemmeno compiuti tra l'altro) era una vera diva del j-pop. Tanto di cappello.
Qualità complessiva delle tracce: 8
Musica: 8
Voce: 8.5
Copertina: 7.5
8
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