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Akina Nakamori
recensioni
Coperdina di Crimson - Akina Nakamori
Crimson
Album pubblicato il 24 Dicembre 1986

Decimo album per la cantante giapponese, e suo disco di maggior successo, arrivando a vendere più di 750000 copie e risultando terzo disco più acquistato in Giappone nel 1986. Concept album, composto e scritto da sole donne, il lavoro, anticipato dal singolo “Fin” che però non figura nel lavoro (è stato incluso in altre pubblicazioni), si discosta dalle fogge marcatamente sperimentali del precedente “Fushigi” per tornare ai territori pop più familiari all'artista, anche se con una raffinatezza e un'eleganza ancora più acuite che in passato. Sofisticato, dal tocco delicato ma incisivo nelle melodie, l'album pesca da generi come jazz e synth-pop, ma si mantiene discosto da corsie preferenziali, riuscendo a mantenere intatta la propria identità sonora.
803 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 07 Agosto 2015
Riproposta ed aggiornata il 25 Settembre 2015
Akina Nakamori - Crimson
Akina Nakamori - Crimson
Akina Nakamori - Crimson
1986: un anno semplicemente da incorniciare, per Akina Nakamori. Successo e popolarità alle stelle, una testimonianza artistica di straordinario valore in “Fushigi”, un singolo come “Desire – Jounetsu” a suggello di una carriera fino a quel momento inarrestabile: sembrava davvero impossibile chiedere di più, sperare in qualcosa che potesse anche soltanto essere accostato a cotanta gloria. Beh, le cassandre per un'altra volta sono state messe a tacere: confezionato con impressionante rapidità, e diventando altrettanto rapidamente il best-seller della cantante (fatto di non poco conto, considerando che si tratta del suo decimo album), “Crimson” è l'inatteso colpo di coda di un'annata che in sé reca le stimmate dell'irripetibilità, che definire memorabile ancora non riuscirebbe a descrivere l'imponenza di risultati raggiunti. Se il precedente album aveva sancito con inesorabile precisione che la ragazza aveva idee chiarissime, se si metteva in testa di fare totalmente di testa sua e stupire puntando dritta all'avanguardia pop più intransigente, il nuovo lavoro, anch'esso prodigo di affascinanti pieghe concettuali, dimostra senza possibilità di appello che anche in vesti più consuete ed “ordinarie”, la stoffa per primeggiare su tutte le contendenti c'era ancora tutta. Composte da sole donne, e perfettamente in sintonia con le ultime tendenze in fatto di pop e dintorni (senza per questo risultare caricaturale, ma anzi sbandierando un'identità sonora e melodica sue proprie), le canzoni del disco si ornano infatti di un'eleganza e di una raffinatezza senza termine, di interpretazioni morbide come la seta e arrangiamenti di velluto, che sanno incidere nell'anima con il tocco di una carezza, con un fraseggio appena più calcato o uno svolazzo di archi apparentemente lasciato vagare per i fatti suoi. Come se Sade si fosse trasferita in Giappone e avesse scoperto le peculiari forme assunte dalla new-wave in quelle longitudini, come se i Prefab Sprout rivivessero tutti e quattro nella voce di una spigliatissima ventunenne, l'album è insomma il gioiello incastonato nel punto più visibile di una corona già tempestata di pietre preziose e uniche nel proprio genere. A costo di esagerare, la raffinatezza nel j-pop non ha mai più saputo trovare un tramite espressivo così ben rappresentativo da questo momento in poi.

Con gli usuali rumori di una classica realtà metropolitana ad introdurre all'ascolto del disco (analoga sarà successivamente la chiusura), per poi lasciare lo spazio alla musica che totalizzerà l'attenzione poco dopo, “Mind Game” è brano che già reca fortissimi i segni distintivi dell'album, gli elementi che lo caratterizzano in tutte le sue componenti. Con i synth a mostrare il loro lato più morbido e docile (anche quando si esprimono in registri più bassi del consueto), e qualche timido intervento di chitarra a stemperare l'atmosfera, la canzone, sofisticatissima e dal passo languido come non mai, pur senza esplosioni nel ritornello o imponenti prestazioni vocali riesce ad essere potente e memorabile senza alcuno sforzo. La melodia si staglia nel ricordo dal primo assaggio, e i timidi giochi strumentali riescono ad essere partecipi della stessa sorte, mostrando quindi la solidità d'impianto della traccia. Ad un così ottimo inizio, giocato su un romantico midtempo d'antan, fa seguito invece un brano dal tracciato ritmico più lento e trattenuto, ma che non ha niente da invidiare al cospetto dell'episodio precedente. Dall'assetto dolce e delicato, e con gli archi a fare la loro prima apparizione, “Eki” è una ballata timida e carezzevole, che giusto un filo di batteria all'aprirsi del refrain correda di un'evidente scansione ritmica, altrimenti assente. La Nakamori di nuovo è protagonista di una performance su misura del brano, morbida e sinuosa al punto giusto, senza eccessivi risvolti diabetici a intaccarla in un senso, ma priva di quell'espansività di cui altrove è stata grandissima interprete. Senza sprechi d'ugola, l'emozione si fa più viva e tangibile che mai. Con un telefono che squilla, e la cui intensità aumenta di secondo in secondo, attacca invece “Yakusoku”, prima che entri la strumentazione a disegnare il tracciato del brano. Dolcezza e un intenso romanticismo la fanno ancora da padrone, nell'andamento soffuso e quasi jazzato caratteristico del disco, ma stavolta il discorso sembra tornare ancora più indietro, per prendere la strada del pop proprio dei girl-group degli anni 60, anche se comunque i contributi di synth rendono ben evidente l'appartenenza della canzone alla contemporaneità. Vibrante e sinuosa, raffinata e un pizzico più vivace della precedente, sa esprimersi con una grazia ed un incanto che non sembrano conoscere limiti. Fiati, chitarra e synth rendono l'avvio di “Pink Champagne” un'esperienza d'ascolto che per certi versi è accostabile alle coeve manifestazioni indie-pop del Regno Unito: basta però l'inserimento in carreggiata della melodia per tornare a lidi più battuti, classicamente mainstream, ma non per questo meno avvincenti. L'atmosfera, fumé e vaporosa, vive di sentimenti espressi con languore e pacatezza, di prelibatezze in punta di sospiro, espresse con una gentilezza e una malia prive della minima aggressività. Il particolare ritornello, decisamente più breve e meno “compiuto” di come lo si potrebbe concepire solitamente, aiuta inoltre a preservare la personalità della canzone, insieme a un pre-refrain messo preferenzialmente in risalto rispetto al piatto principale, grazie alle sue più frequenti ripetizioni. “Oh No, Oh Yes!” è tra i pezzi forti della collezione, non soltanto per essere una delle pecore nere del lavoro, in merito a composizione e arrangiamenti, ma anche per presentare una delle melodie più toste e riconoscibili del lavoro nel complesso. Sensuale, ipnotica, con coretti e synth in quantità che rimandano alla coppia di dischi del 1985, la traccia, provvista anche di sassofono (in perfetta adesione ai canoni del sophisti-pop) e di scintillii sparsi un po' in ogni dove, si muove come una ballata tutta trepidazione e trasporto, ma al contempo sa dialogare anche con altri stili e modalità espressive, tra cui il vocal-jazz e il melodiare soul. Tanto per capire il sostrato che regge il brano, insomma.... Decisamente più vicina ai dettami della new-wave, con pianoforte e tastiera a reggere il gioco sin dall'inizio, e vibrazioni nell'arrangiamento a rimandare con forza a quei territori, “Exotica” si muove comunque su un piano analogo a quello del rimanente album, ma sfrutta accorgimenti compositivi/sonori più variegati della norma, a partire dalla scrittura per finire agli espedienti strumentali (pre-chorus ancora una volta adoperato con una libertà d'impianto totale, ritornello ricolmo di archi che impreziosiscono il maestoso portato sintetico dell'arrangiamento). L'eleganza non smette di esprimersi attraverso viatici espressivi sempre nuovi. L'uso del Roland 808, sposato alle chitarre, contraddistingue “Mosaic no shiro”: la particolare tipologia di synth utilizzata, che ha fatto la fortuna successivamente dell'acid-house e del corrispettivo sul versante techno, rende quindi più dinamica e guizzante la canzone, che con l'intervento degli ottoni e del brioso contributo del basso amplifica il movimento e la magia della melodia. Certo, ciò non significa che con questo si annullano la grazia e la fascinosità proprie del disco: di fatto, non vi è la benché minima esplosione canora e tutto procede con la pacatezza che ci si può attendere. Forse giusto sul refrain perde un attimo di mordente rispetto alla media, ma tutto sommato l'effetto-filler viene sventato con buona classe. Organo elettrico e archi sono i protagonisti fondamentali di “Jealous Candle”, che insieme a pizzichi di synth, usati a mo' di gocce d'acqua che cadono giù sul pavimento, compongono una ballata romantica e sfumata, forse anche troppo. Il problema sta in un ritornello nuovamente troppo flebile rispetto alle aspettative generali del lavoro, certo è però che il comparto strumentale provvede a compensare con una brillantezza e una maestria che non riesce a lasciare indifferenti. Il finale con il sax sopra il tappeto sintetico, in questo senso, sa realmente il fatto suo. Peccato per la melodia, ma in “negativo”, riesce ad esaltare i tratti del vero capolavoro del disco, posto quasi strategicamente verso la fine dell'opera. “Aka no enamel” reca (senza esagerazione) in sé i tratti del capolavoro, grazie ad una costruzione peculiare, un arrangiamento brillante, un'interpretazione irripetibile. Partono, i synth, aderenti alla wave giapponese, ma è un attimo prima che tutto cambi e ad essi si sostituiscano il pianoforte e la voce della Nakamori, che con sensualità e garbo unici attaccano un frammento di melodia, prima che di nuovo venga sconvolto totalmente l'assetto della canzone e ci si reimposti quindi definitivamente sulla strada maestra. E che strada maestra! Il pezzo non riuscirebbe ad essere meglio intessuto: a partire dal refrain (doppio sotto il punta di vista prettamente testuale, con rincorsa di entrambi sul chiudersi), e con la melodia a mostrare una galanteria fuori dal comune, nelle sue partenze e ripartenze, nel taglio ritmico anticonvenzionale, nell'intervento strumentale intermedio svela una solidità e una robustezza al punto che è difficile muovergli critiche, di qualsiasi natura esse siano. Il livello insomma è altissimo, e la canzone è una degna contendente dei capolavori di “Fushigi” come dei dischi ancora precedenti. Se vi troverete a ritornarci più del previsto, non sarà insomma così strano. Il brano poi a tal punto sembra essere la colonna portante del disco che alla fine viene ripreso, in una modalità totalmente diversa, anche nella traccia conclusiva della canzone, “Mick Jagger ni hohoemi wo”. Riallacciandosi con i campionamenti di traffico urbano del primo brano, e con qualche tasto battuto su una macchina da scrivere, parte poi in sottofondo, attraverso un mangianastri, la canzone precedente, che si sdoppia attraverso la voce della Nakamori, più acuta e soffusa che mai. Il tempo che finisca, e attaccano i chitarroni, in scia hard-rock, del brano finale, sempre indietro nel mixing come se si trattasse di un riproduttore audio, ma che poi emerge velocemente, non appena parte il refrain. Si tratta della vera mosca bianca dell'opera: trascinante e potente nell'arrangiamento, analogamente imponente anche nella linea di canto, si dimostra il pezzo più vicino alle strutture tipiche del j-pop (del periodo, naturalmente), ma non per questo più prevedibile e banale rispetto al livello medio dell'album. Sul chiudersi poi del pezzo, quest'ultimo esce di nuovo dal mixing e finisce con i rumori metropolitani dell'inizio: la mossa si rivela vincente e inaspettata, una vera dimostrazioni di potenzialità produttive mutuate anche dall'esperienza sperimentale del precedente album. Come conclusione, con tutto che non ricorda le volute più candide e morbide del restante lavoro, è un tiro ad effetto da non sottovalutare.

A seguito di un disco del genere, si può insomma decretare senza grossi timori di smentita che il 1986 è stato davvero l'anno dell'apogeo creativo per Akina Nakamori. Vi saranno poi sommovimenti, smottamenti, intere rivoluzioni nel percorso artistico (e di vita) della cantante giapponese, e dischi di notevole spessore, ma il fulcro del suo corso discografico è da rintracciarsi qui, nelle 20 canzoni che compongono “Fushigi” e “Crimson”. Il j-pop raramente è suonato così eccelso.
Qualità complessiva delle tracce: 8.5
Musica: 8.5
Voce: 8.5
Copertina: 9
8.63
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