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Akina Nakamori
recensioni
Coperdina di D404ME - Akina Nakamori
D404ME
Album pubblicato il 10 Agosto 1985

Ottavo album per la cantante giapponese, e secondo pubblicato nel 1985. Rispetto alle atmosfere più sbarazzine del suo immediato predecessore “BITTER AND SWEET”, il lavoro si contraddistingue per una maggiore concentrazione di brani più sfumati e rarefatti, in una sorta di anticipazione in formato album degli stilemi sophisti-pop e jazz-pop di cui saranno ricolmi alcuni dei dischi successivi. Anticipato da due singoli (comunque non compresi nel lavoro), e provvisto di un remix di “Meu amor é” (il suo secondo singolo più venduto di sempre), il disco ha venduto complessivamente più di 650000 copie, risultando il settimo album più venduto dell'anno.
874 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 29 Marzo 2016
Riproposta ed aggiornata il 27 Agosto 2016
Akina Nakamori - D404ME
Akina Nakamori - D404ME
In fondo, un titolo come “BITTER AND SWEET” sarebbe stato molto più adatto per questo album, piuttosto che per il diretto predecessore. Non che il settimo album di Akina Nakamori non fosse conteso tra gioia e malinconia (tratto che in fondo ha sempre permeato la poetica espressiva della cantante, perlomeno in tutti gli anni Ottanta), però la dicotomia di cui si faceva carico una simile contrapposizione di aggettivi diventa ben più evidente in “D404ME”, che polarizza sentimenti e mood come il lavoro precedente non avrebbe forse osato mai fare. Non che si vada a finire nel campo dell'avanguardia (come poi avrebbe fatto “Fushigi”) o che si tentino strade diverse da quelle di un j-pop sintetico e dagli sfumati tocchi jazz (quale poi già era stato l'assoluto protagonista dell'altro album del 1985), tuttavia il disco è permeato da un'emotività e da una pluralità di sguardi che si rivela essere il punto di forza e allo stesso tempo il suo lato debole. Se è vero che talvolta anche arrangiamenti ed esecuzioni non vengono propriamente incontro, il problema spesso si nasconde nel modo con cui questi cambi di tono vengono ad essere gestiti, privi spesso di una logica interna che ne giustifichi davvero le forme. Un peccato comunque veniale, dacché la fatica non è priva di punti forti e molte delle canzoni non hanno problemi ad essere inserite in un eventuale greatest hits che ripercorra gli scintillanti Eighties di Utahime. Quantomeno, anche episodi apparentemente minori di quegli anni si rivelano capaci di tenere testa alle uscite maggiori di tanti altri artisti del periodo.

Parte con un tocco atmosferico sinistro e turbolento, “ENDLESS”, ma è un falso allarme: la tempesta che si abbatte al di fuori dell'ambiente inscenato nel brano lascia prestissimo spazio a basso e tastiere, che di loro collaborano alla formazione di un tappeto sonoro che dichiara la sua appartenenza agli anni Ottanta in ogni singola battuta. In effetti a trasparire dalla musica è il lato più plasticoso, di cartapesta, del pop del periodo, che di certo al tempo suonava attuale quando non avveniristico, ma che dopo trent'anni purtroppo sconta tutto il suo invecchiamento senza nessuno sconto. Un peccato, perché interpretazione e melodia sanno ancora fornire emozioni senza alcun tipo di decadimento, e qualche sprazzo di sax prova a portare l'equilibrio verso territori più sfuggenti e fumosi. “Nocturne” adotta anch'essa lo stesso stratagemma del brano precedente, affidando ad un'introduzione più misteriosa e oscura il compito di spiazzare l'ascoltatore, che poi si ritrova immerso in uno scenario pieno zeppo di chitarre e bassi, i veri protagonisti del brano. Anche qui gli Eighties non potrebbero essere immortalati con maggiore fedeltà, l'effetto però che si ottiene non raggiunge i picchi di insofferenza della canzone d'apertura, anzi riesce a mantenere una certa eleganza d'insieme, che a sua volta mantiene intatta l'eccellenza della scrittura, forte di tutta la potenza e di tutta la particolarità di cui è capace. Il doppio refrain, contornato da una struttura d'insieme di assoluta finezza, mantiene altissimo il livello del brano senza il benché minimo sforzo apparente. Quello che però è il reale capolavoro della raccolta arriva immediatamente dopo, nelle fattezze nostalgiche e cullanti di “Allegro vivace”, che di certo non rispetta le indicazioni ritmiche suggerite dal titolo, ma che di suo costruisce uno dei midtempo più struggenti e memorabili della carriera della Nakamori, qui artefice di un'interpretazione di rara espressività e sottigliezza. La melodia, aperta e dotata del giusto respiro, si evolve con la dovuta pacatezza, senza alcuna fretta di giungere all'esplosione del refrain, lasciandosi assaporare a fuoco lento. Con la chitarra a disegnare piccoli assoli di sgargiante bellezza, la voce a muoversi tra i sospiri delle strofe e un ritornello lievemente più enfatizzato, la canzone cristallizza Akina in uno dei suoi punti più alti in assoluto: di certo, trovare una performance simile, nonostante l'ampiezza del suo canzoniere, è impresa davvero ardua. Rare volte una così estrema raffinatezza è stata capace di un entusiasmo così marcato. Leggermente più vicina al sophisti-pop che già animò il precedente album, ma con vibrazioni sintetiche ben più pronunciate, “Kanashii romance” è pezzo midtempo di classe, ballad sontuosa scandita da un bel tiro di ottoni e da una linea melodica di pregio, che anche qui non si risparmia quanto a bellezza del ritornello, limpidezza delle strofe e funzionalità del bridge. Bella la piega discendente che prende la composizione, che di suo non cerca mai una reale elevazione verso un punto di convergenza, ma piuttosto lascia che la progressione trovi una maniera abbastanza insolita di porsi: il refrain quasi fatica ad emergere, se non fosse che contiene il titolo, e che di suo viene spinto vocalmente un po' più rispetto alle restanti del pezzo. Rimane comunque tra gli episodi più interessanti del lotto: di certo è tra quelli che possiede più sfumature in assoluto. Con un'atmosfera invece molto più sospesa e rilassata, e un utilizzo delle tastiere che rimanda a dei campioni del pop inglese come i Prefab Sprout, “Pierce” evita con cura il rischio di cadere nel cliché della ballad tutta fumosità e svenevolezze, riuscendo a muoversi sullo stretto crinale che separa morbidezza da assoluta piattezza espressiva. Senza necessità di una struttura realmente esplosiva, con la classe di un arrangiamento che sa sfruttare tutta la sua sofisticazione senza soverchiare la linea canora (al solito interpretata con fluidità esemplare dalla Nakamori), la traccia chiude l'ipotetico terzetto delle meraviglie dell'album, affidando al lato B dell'album molti dei momenti più prevedibili della collezione. “BLUE OCEAN” ad esempio, con quei synth totalmente su di giri, incapaci di darsi un pizzico di moderazione in più, stona del tutto rispetto al taglio più malinconico (e comunque preponderante) riservato alle canzoni fino a quel momento. In un contesto più uptempo forse il pezzo sarebbe riuscito a dire la sua, ma in un album di questa natura il tocco à la Grease che gli è stato conferito crea dell'imbarazzo involontario. Peccato, perché la canzone riesce anche a funzionare, è l'intrigo pop che riesce a costruire sa mostrare una notevole consapevolezza compositiva: è tutto un problema di scelte errate, purtroppo. “Magnetic Love” di suo è invece tutta un cliché, senza niente che mostri anche la minima spinta verso qualcosa di più personale. Comparto musicale, melodia, anche la stessa vocalità: tutto si piega al minimo sindacale, e non sarà un intermezzo radiofonico posto lì ad aumentare le probabilità di una maggiore curiosità nei confronti del brano, pop ottantiano come se ne può sentire davvero tanto altro. Lo stesso discorso, piegato in chiave colonne sonore per anime, potrebbe essere fatto con “STAR PILOT” (e già il titolo....), con la differenza che qui gioca a suo totale sfavore pure il contesto in cui si è deciso di inserirla. Quest'esuberanza così spiattellata, il tocco spaziale fornito alle tastiere, il canto epico e pieno di enfasi, chitarre sparate a tutta birra: la forzatura che si viene a creare rispetto al restante lavoro non lascia poi troppo adito ad un apprezzamento che di per sé risulta fin troppo risicato a prescindere. Anche in questo caso la stessa struttura del brano non riesce a nobilitarne intenzioni ed esiti oltre un mero sorriso di sufficienza. “Mona Lisa” invece ripristina l'interesse sul chiudersi dell'album, offrendo una canzone che da canto suo sfrutta alla perfezione i synth in un brano pop di pregevole fattura. A voler cercare il pelo nell'uovo giusto il coro d'accompagnamento suona un po' scontato, per il resto anche la scrittura viaggia su ottimi livelli e anche gli ottoni che fanno capolino in più di un'occasione non rimandano al classico pezzo jazz-pop da noia istantanea. Insomma, quantomeno la conclusione (dei brani inediti, dacché come decima traccia il disco propone una versione remixata, in chiave più scopertamente salsa dell'originale, di “Meu amor é”, una delle sue signature-song per eccellenza) non poteva profilarsi in maniera più ottimale.

In fondo, in “D404ME” di reali brutture non ce ne sono. Il problema semmai è in una disomogeneità di umori e di stili che non riesce però ad elevarsi a reale cifra stilistica di un album, che riserva soltanto per uno dei possibili mood qui immortalati le sue cartucce migliori. Ciononostante, i picchi sono talmente consistenti e di spessore che parlare del disco come di un episodio minore risulta un po' una forzatura. Poi senz'altro il 1986 avrebbe svelato di cosa era capace Akina Nakamori, ma anche così c'è ben poco di cui lamentarsi: c'è soltanto da arrendersi al dolce languore di una delle migliori manifatture pop possibili al tempo. Alla fine qualche leggero inciampo pare soltanto come un problema del tutto secondario....
Qualità complessiva delle tracce: 7.5
Musica: 7
Voce: 8.5
Copertina: 7.5
7.63
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