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Akina Nakamori
recensioni
Coperdina di Fushigi - Akina Nakamori
Fushigi
Album pubblicato il 11 Agosto 1986

Nono album per la cantante, per la prima volta anche nei panni di produttrice. Si tratta di una dipartita radicale (e che rimarrà unica) nel percorso musicale della Nakamori, che interagisce con sistemi produttivi all'avanguardia e adotta scelte stilistiche tra le più raffinate e sperimentali del tempo in Giappone. A cavallo tra le tendenze eteree/dream-pop più in voga nei circuiti indipendenti del Regno Unito del tempo, e la varietà lussureggiante del tropical-pop del tempo, il lavoro abbraccia anche tendenze più gotiche e fraseggi techno-pop, mostrando di saper adattare questo parco influenze con grande capacità e caparbietà. Le particolarità produttive, unite ad un'audacia mai attestata prima per una cantante su così alti livelli, smorzarono lievemente le vendite del disco, che comunque raggiunse le 457000 copie e centrò la prima posizione in classifica, risultando il 15mo album più venduto del 1986.
798 click, un solo voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 20 Luglio 2015
Riproposta ed aggiornata il 14 Settembre 2015
Akina Nakamori - Fushigi
Fushigi, mistero. Non è un titolo pescato a caso: d'altronde, basta osservare la copertina per rendersene conto. Certo, un concept su questo tema non è niente di particolarmente innovativo, in senso lato: a guardare però chi è il tenutario di questo disco, chi è che ha deciso di celare il suo volto, di lasciarne trapelare un piccolo spiraglio da stoffe scurissime, tutto risulta forse più chiaro. Akina Nakamori non era proprio la prima che capitava, un personaggio arrivato pochi mesi prima alla ribalta: da anni sulla cresta dell'onda, volto popolarissimo e seguito da ampie fasce di popolazione, con una vita, privata e pubblica, seguita per filo e per segno dai tabloid del Paese. Di certo non si trattava propriamente della personalità più tenebrosa dello showbiz giapponese, con tutto che Facebook e i social-network attivi 24 ore su 24 erano lungi dall'arrivare: come motivare dunque un titolo del genere, nonché la scelta estetica che ne deriva? Al picco del proprio successo, con il gotha del pop nipponico letteralmente ai suoi piedi (giusto l'anno prima Yosui Inoue scriveva per lei l'evergreen “Kazari ja nai no yo namida wa”) e un paio di dischi di assoluto valore, che mostravano un intelligente adattamento delle istanze new wave allo scandire melodico del Sol Levante, quel che la Nakamori, splendida ventunenne, avvertiva, era un cambio drastico di rotta. Sparpagliare le carte in tavola, insomma, ripensare il proprio corso artistico radicalmente, tagliando i ponti sia con quanto è stato che con quanto poi sarà: a parole è tanto semplice da dirsi, catalizzare questo intento quando sei la popstar più famosa del momento è impresa ben più difficile. A quanto pare però essere in una posizione simile può avere anche i suoi vantaggi, ed ecco spiegata la genesi di un vero e proprio mistero. Realizzato con tecniche e accorgimenti produttivi all'avanguardia, in perfetto allineamento con le ultime tendenze mondiali in materia stilistica/compositiva, “Fushigi”, oltre a rappresentare un unicum nella carriera (comunque di per sé eccellente) della cantante giapponese, è uno dei massimi risultati mai raggiunti nell'ambito della new-wave a livello globale, un tesoro che giusto la sua provenienza non ha permesso di raccogliere i risultati che avrebbe potuto ottenere. In fuga dal pop, immergendosi in atmosfere ambigue, gelide tanto quanto roventi, con basso e sintetizzatori a mostrare una creatività inaudita, e una voce sempre coperta dal riverbero (tant'è che molti al primo ascolto pensarono che ci fosse un errore nella registrazione), la Nostra s'imbarcò insomma con coraggio e fierezza nella sua personale epopea sperimentale. I risultati ne hanno premiato indubbiamente gli sforzi.

Back door night” non soltanto si premura di fungere da buon ospite per il disco, ma in realtà si pone anche l'ambizioso (quanto riuscito) di dipingere alla perfezione i contenuti salienti di un disco che in realtà presenta molta più varietà di quanta ci si potrebbe attendere. Introdotto da una fragorosa apertura di basso e synth (gli strumenti cardine del lavoro intero), racchiuso da un riverbero in fase di registrazione che ne amplifica l'atmosfera ovattata, informe, piacevolmente onirica, il brano illustra perfettamente la sua adesione alle dinamiche della wave anni 80, ma ne alza il tiro adottando tutta una serie di metodiche che ne accentuano il carico sperimentale. La voce filtrata, quasi inintelligibile in quello che va cantando, l'aspetto sonoro, curato in un modo che pare provenire da una cattedrale, e non da uno studio di registrazione con i controfiocchi, la sezione ritmica frastagliata e sempre un passo avanti alle attese: sono tutti elementi peculiari dell'album in questione, qui però enucleati in una versione apparentemente più docile, addomesticata, rispetto alla sarabanda di espedienti che si presenterà successivamente. Non che sia un brano facile o immediato: come tutto il disco necessita di qualche ascolto in più per svelarsi interamente nella sua totalità, ciò non toglie che anche a primo impatto le impressioni che lascia sono davvero tante, e di notevole livello. A seguire, troviamo “New Generation”, ed è già un'immersione in un pattern, ritmico e compositivo, totalmente diverso. Alla ricchezza di mood e di fraseggi del precedente brano, il nuovo pezzo contrappone una struttura bipartita, saldamente accorata all'inquietante commentare del basso nella prima parte (che rimane a tratti sospeso per lasciar subentrare la voce della Nakamori, qui più tangibile nel suo melodiare etereo), disposta a luminose aperture di violino nella seconda. Quel che ne deriva è quindi un brano dall'evoluzione emotiva in divenire, che alla massiccia inquietudine dei primi minuti sostituisce invece passaggi più luminosi e mutevoli nella seconda metà, in una sorta di bilanciamento tra parte che dà adito a una diversità di soluzioni davvero inaspettata. In questo senso, la traccia a ragione si profila tra le migliori della collezione, nonché tra le preferite degli ascoltatori. “Labyrinth” vira nuovamente verso altri territori, lasciando che a questo giro il sound venga contaminato da aromi esotici, tropicali, più rilassati rispetto al maggiore rigore esibito dapprima (con tutte le differenze del caso, naturalmente). Distesa e lussuosa, con la voce di Akina accompagnata anche da qualche lieve contributo corale nello sfondo, la canzone gorgoglia, ribolle di una freschezza che la rende tra gli episodi più pop della raccolta, con tutto che arrangiamento e composizione non rendono tutto di fruizione davvero immediata. Il tappeto di tastiere a gorgogliare, i contributi guizzanti di chitarra, la potenza della produzione, così sfumata e allo stesso tempo così presente: con tutti questi artifici, viene un po' sacrificata la “naturalezza” dell'esplosione melodica, ma c'è di che godere in ogni caso. Niente di tutto questo invece in “Marionette”, il vero capolavoro dell'opera. Con l'attacco iniziale di synth a risultare potente come un organo (qui l'ambience da cattedrale è più potente che mai), con un andamento malinconico ma capace di profonde nuance gotiche, il brano, pur in totale ripudio dei verbi pop, si avvale di uno dei corpi melodici più potenti e riconoscibili della raccolta, di un ritornello trascinante, sottolineato dall'andamento dinamico della batteria, di sfumature espressive di grande fascino e sottigliezza, che non mancheranno di far riprodurre il brano in repeat. Anche qui la presenza massiccia di archi, specialmente dall'intermezzo strumentale in poi, rende l'ascolto ancora più avvincente: se si aveva ulteriore bisogno di una dimostrazione che il disco è stato studiato nei minimi dettagli, qui se ne ha l'assaggio definitivo. “Genwaku sarete” è l'ennesimo cambio di scena: con tutto che la matrice wave è evidente, e che basso e chitarra non fanno nulla per deviare da quell'impronta, il passo più lento e sornione, le continue sviate ritmiche, l'imponenza dell'andamento canoro (l'irresistibile sfuggevolezza della voce della Nakamori è qui più tangibile che mai), rendono l'esperienza d'ascolto sempre sorprendente e curiosa, un continuo sobbalzo per le piccole particolarità compositive e sonore che emergono da ogni dove. Tra inserti di flauti sintetici, chiusure inaspettate, piccole bizzarrie elettriche piazzate con imprevedibile tempistica ma grande sapienza, ve n'è per tutti i gusti insomma. Analoga è la ricercatezza profusa nell'attacco di “Glass no kokoro” (ma verrebbe da chiedersi in quale momento non sia stata riversata grande ricercatezza), con un attacco di synth che poi prende strade inattese, mostrandosi capace di essere allo stesso tempo impetuoso, eppure dolce, sensibile, evanescente e allo stesso tempo presente, mai diafano. È proprio questo gioco sintetico che svela tutta la forza del brano, che sa mostrarsi finemente espressivo e sottile con la sola variazione di un elemento tra i tanti che lo compongono. Rispetto a quanto lo anticipa, ci fa però quasi la figura del pivello. “Teen-age blue” è infatti il secondo pinnacolo tra le vette altissime di questo “Fushigi”, brano che sposa l'anima più exotica con quella più dark con un convincimento e una cognizione che non ha precedenti, di fatto proponendosi come qualcosa di totalmente alieno, avulso da ogni definizione e contesto. L'attacco impetuoso, le placide distese contemplative con scansione ritmica uptempo (ma mai davvero ballabile) che seguono subito dopo, le sfaccettature canore tra strofa e ritornello, le modulazioni dei synth, il tocco straniante dato a un sound tra i più coraggiosi ed innovativi dell'epoca.... Con tutto che “Marionette” rimane il testamento del lavoro (per quanto possa esserlo stato, dal momento che non sono stati estratti singoli dall'album), a questo giro si raggiunge il tassello più oltraggioso nei confronti del pop dell'epoca, uno schiaffo di creatività che in molti non avrebbero potuto permettersi. Si ritorna totalmente al mistero tanto decantato dal titolo con “Okibi”, la traccia più atmosferica e sospesa del lavoro, quella in cui le qualità ambientali della musica sono maggiormente esaltate, adottate a fine più che mezzo. Fascinosa e impalpabile, realmente eterea dall'inizio fino alla fine, ma non scevra da una qual certa passionalità, la canzone è un altro tassello dell'incredibile creatività che il disco sprizza da ogni poro, di un eclettismo che però non lascia il fianco scoperto all'effetto compilation in nessuna occasione. “Wait for me” come prevedibile cambia di nuovo registro, e riporta le coordinate del lavoro verso lidi perfettamente wave, in cui far di nuovo sbizzarrire basso e synth senza alcun controllo, in una totale manifestazione di creatività. L'incedere ciondolante si sposa benissimo alla melodia: coretti, armonizzazioni, il taglio sperimentale dell'arrangiamento non fanno che accentuare la carica straniante e ipnotica di un pezzo che la Nakamori interpreta con la dovuta intelligenza e con il carattere necessario. La malia elusiva del disco prosegue insomma imperterrita, per concludersi con “Mushroom dance”, in cui il pattern di synth sventaglia invece soluzioni dal passo quasi techno, in cui la struttura è tutta in funzione della concitazione, del movimento. Non è il pezzo più splendente, questo va specificato, ma anche così non ha di certo il tasso di genericità media del brano filler, né vi è qualche genericità che infici il risultato finale. Una chiusura più che buona insomm: pretendere di più sarebbe oltremodo ingeneroso.

Sarebbe stato bello vedere come questo disco avrebbe potuto impattare sulla carriera della Nakamori, se quest'ultima avesse deciso di proseguire su questa direzione. Sarebbe stato analogamente bello vedere poi quale avrebbe potuto essere la portata di una tale sterzata, se applicata su larga scala nell'ambito dell'intero j-pop. Non si può però ragionare con i se, e anche così, “Fushigi” reca appresso i segni di un vero e proprio miracolo. Di stile, di coraggio, di raffinatezza, tutto quanto insieme, decidetelo voi. Con tutto che pochi mesi dopo Akina avrebbe confermato il suo stato di grazia con il superbo “Crimson”, già non era più la stessa cosa. Anche se sprovvisto di eredi, il disco in questione rimane un autentico pilastro della musica giapponese, un colosso di sperimentazione e innovazione.
Qualità complessiva delle tracce: 10
Musica: 10
Voce: 9
Copertina: 9
9.5
Media dei voti degli utenti: 10
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Opinioni sul disco ''Fushigi''
#01
freemaxwolf
Voto: 10
http
mail
Non c'è niente da aggiungere alla splendida recensione di Zefis, perfetta come questo album. Un fulgido "Treasure" dal Giappone. Le mie canzoni preferite: Back Door Night, Labyrinth, Marionette (in assoluto) e Genwaku Sarete.
2015-08-10 20:57:05
 
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