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Brown Eyed Girls
recensioni
Coperdina di Basic - Brown Eyed Girls
Basic
Album pubblicato il 05 Novembre 2015

Sesto album coreano per la navigata girl-band, e primo dopo il passaggio alla APOP Entertainment. Con un feeling di stampo retrò, e riferimenti stilistici che pescano dal funky, l'r&b più classico e il pop vintage, il disco si presenta, come di consueto per le ragazze, come un calderone ben amalgamato di sentori e attitudini, capace di approfondire tanto la vena melodica quanto il comparto strumentale. Miryo ha co-scritto 9 sui 10 testi dei brani inclusi nel prodotto, mentre JeA ha collaborato all'ideazione musicale di due delle canzoni. Promosso dai singoli “Brave New World” e “Wormhole”, l'album non ha tuttavia ottenuto il successo dei lavori precedenti, stazionando in ottava posizione nella prima settimana di permanenza in classifica e vendendo poco più di 4900 copie.
844 click, un solo voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 05 Gennaio 2016
Riproposta ed aggiornata il 13 Febbraio 2016
Fedeli ai loro appuntamenti, le Brown Eyed Girls si ripresentano al completo a due anni di distanza dal precedente “Black Box”, con un nuovo tassello della loro multiforme carriera, che di fatto ha consentito loro di mettersi in evidenza in un panorama asfittico di girl-band pronte a dire la loro. Certo, non sono stati due anni spesi invano, e le ragazze hanno avuto modo e tempo di portare avanti i loro progetti solisti ed esperienze personali (Ga-In, in questo senso, è stata la più impegnata delle quattro, in un'ascesa di popolarità e successo che fino ad ora non ha proprio accennato ad arrestarsi), e d'altronde la pubblicazione del 2014 di un succoso doppio disco contenente tutti i migliori brani della band in parte ha quietato le attese del pubblico. Considerati però i risultati ottenuti con “Basic”, sesto full-length in un percorso in musica che si sta rapidamente avviando al decimo anniversario, c'è da dire che anche se si fosse impiegato ancora più tempo per l'ideazione dei pezzi e del concept alla base, sarebbe stato senz'altro tempo ben investito. Contrassegnato dal cambio di etichetta e management da parte delle ragazze, il nuovo lavoro del quartetto prosegue la scia di album di livello pubblicati sinora inserendosi nella loro discografia in maniera se non inaspettata, quantomeno brillantemente sorniona, giocando più sui dettagli che su manifeste rivoluzioni sonore. E convince proprio perché lavora di fino, senza dare adito a facili concessioni: guardando al passato, ai basics a cui il titolo è pure dedicato, l'album scava, attraverso i suoi dieci pezzi, nei recessi del pop-funk, dell'r&b d'antan e del jazz-pop, lasciando anche qualche lieta sponda per interessanti esperimenti nell'ambito della salsa cubana e del hip-hop. Un ritorno alle origini della musica popolare black-oriented insomma, ma aggiustato ad un melodismo dal gusto prettamente coreano e totalmente avulso da ogni possibile ricalco senz'anima. Anzi, se possibile, il nuovo lavoro dimostra ancora una volta l'attitudine al riadattamento e alla reinvenzione delle ragazze, che sanno conferire il loro tocco al materiale su cui volta volta lavorano.

Si può dire che a questo giro le quattro abbiano voluto mettere in chiaro le cose sin dall'incipit: con una flessuosa chitarra funky registrata (parrebbe?) in presa diretta, e con il basso e la batteria a subentrare soltanto in un secondo momento, “Ice Cream Time” riporta dritta agli anni 70, il decennio d'oro per la fioritura della soul-music, del funk e di quanto poi ne è derivato. Certo, è vero che in tempi recenti Daft Punk e Bruno Mars hanno riportato in auge tutto il filone e hanno contribuito a renderlo popolare anche tra le nuove generazioni, tuttavia le Brown Eyed Girls sembrano aver poco a che fare con questo approccio hi-fi, optando per una dimensione che abbraccia piuttosto alcuni dei tanti elementi che compongono quel sound, e quindi attualizzarlo secondo modalità del tutto diverse. Con un tepore interpretativo che azzera la frenesia della chitarra e la lascia come godereccio accompagnamento ritmico, e un ritornello in cui l'organo aggiunge ulteriore calore ad un brano già di per sé soffuso, l'opening dell'album si caratterizza per la sua dolce accoglienza, per una serenità piuttosto insolita per gli standard della band, che di solito predilige aperture belle dinamiche e scattanti. Poco male comunque, dacché ci pensa la successiva “Warm Hole” a tirare fuori il ritmo e sfruttarlo a suo vantaggio. Certo, il feeling è sempre fascinosamente retrò, nonostante la produzione modernissima che in parte rimanda a quanto promosso da IU negli ultimi anni, eppure non c'è proprio segno di naftalina, di vecchio riesumato non si sa bene per quale motivo. Le ragazze giocano col funk-pop più leggero e sbarazzino senza alcun timore, piazzano un tocco lieve e delicato anche nello sfruttare metafore sessuali e di conseguenza creare scompiglio (si stava quasi per impedire alle quattro di non esibirsi con il pezzo), e vincono proprio per questa soavità, per la giocosità che sanno mostrare anche nel lanciarsi in territori rischiosissimi per gli standard del proprio paese. Miryo poi, sopra il tappeto ritmico, cala fuori una performance di tutto rispetto, riuscendo ad addolcire il suo rap e snocciolando quindi le rime quasi come se si trattasse di canto. Come singolo di lancio c'è da dire che l'obiettivo viene raggiunto in men che non si dica: l'orecchiabilità e la modernità con cui si inserisce nell'attuale contesto k-pop (le Red Velvet non sono poi troppo lontane da queste sonorità) lascia più che soddisfatti. Basso e chitarra si lanciano in un territorio molto più simile alla canzone d'attacco in “Wave”, nella quale però è il pianoforte a svolgere il ruolo di primattore, di accompagnamento d'elezione al tocco appartato, quasi domestico, del canto. Senza mai alzare il tono, ricorrendo al lato più sospirato e vaporoso del proprio timbro, le BEG danno dimostrazione di classe ed espressività anche nel dispiegare al minimo indispensabile le proprie ugole, tra le migliori sulla piazza anche per la duttilità e la capacità con cui sanno variare volta volta di registro. “Brave New World”, secondo estratto dal lavoro, ne è la lampante dimostrazione. Con il funk a sfociare nella disco più sinuosa ed elegante, e un dispiego di archi campionati a corredo di un andamento a cui è impossibile resistere, il pezzo si mette in risalto non soltanto per la sua trascinante ballabilità (d'altronde lo splendido video che lo accompagna accentua al 100% la sensazione), ma anche per la struttura tutt'altro che essenziale della linea melodica. Tra stop'n'go, riferimenti futuristici che insieme al testo rimandano al capolavoro distopico di Aldous Huxley, un ritornello del tutto anticonvenzionale nella struttura (anticipato da alternanze vocali in cui i contributi di Narsha e Ga-In brillano di luce propria), e un inserto rap dalla grandissima efficacia, è impossibile chiedere insomma di più ad un brano pop. Non sarà poi così strano, se, al di là del riscontro commerciale, decisamente minore rispetto ai classici dei precedenti album, questo pezzo finirà per diventare uno dei più amati dal pubblico delle ragazze. “Obsession” tira fuori invece tutta la malizia delle Brown Eyed Girls, la loro furbizia nel manovrare i costrutti e i meccanismi della popmuzik, rivoltandola come più pare e piace a loro. Con un ostinato elettronico a scandire il ritmo sotto i tocchi di chitarra acustica, e un giro di flauto a subentrare in prossimità del “refrain”, il quartetto annulla la costruzione tipica di una melodia pop (urban o dance che sia fa poca differenza) e la trasforma in una lunga strofa, di fatto azzerando quasi del tutto l'ascesa emotiva che accompagna un ritornello. Niente di innovativo in senso stretto, non è niente di straordinariamente dirompente e ne va preso atto, ma fa piacere vedere come il gruppo voglia e abbia curiosità di andare oltre la semplice canzoncina da dare in pasto alla folla adorante, e di presentare un pacchetto artistico di tutto rispetto. “The God Particle” si riappropria ancora una volta degli istinti più funky del progetto, e ci dà dentro a più non posso, ispessendo con raffinatezza i contributi di basso e pianoforte. Miryo ancora una volta dalla sua riesce a mostrare la sua malleabilità vocale muovendosi a cavallo tra rap e cantato con assoluta facilità, e ancora una volta i vari passaggi melodici mettono in risalto come il lavoro speso dietro a “Basic” sia di primissima scelta. “Light”, nell'ottica generale, è la traccia meno sorprendente e più dispensabile dell'intera fatica. Non è niente di così brutto ad essere sinceri, e in realtà l'andamento hip-hop con qualche sfumato tocco di trap non dispiace affatto, il punto è che l'innesto rap rispetto all'andamento cantato della melodia ha ben poco di davvero rilevante, che sappia andare un po' oltre una formula davvero risaputa. Come filler per raggiungere i dieci pezzi può anche starci, e di suo si ascolta bene, ma nel complesso è davvero il brano più slavato del lotto. “Atomic” è già tutt'altra pasta, e fa dimenticare presto la pur piccola defaillance. Con archi dal tocco fantasy, basso e chitarra che zompettano flessuosi, e una costruzione compositiva che ancora una volta sfida norme e convenzioni, il pezzo ruba la scena per la qualità dell'arrangiamento, tutto costruito su contrappunti strumentali rispetto ai beat electro che qua e là affiorano con la dovuta eleganza, più che per la melodia, che di certo non passa inosservata. Non si raggiungono forse i picchi di intensità di “Brave New World”, ma per quanto ha da offrire la canzone è senz'altro necessario suggerirla con calore, e menzionarla quindi in maniera speciale. Un po' più trascinante dal punto di vista della ritmica appare invece la successiva “Dice Play”, in cui è la volta per le ragazze di cimentarsi con la salsa cubana, in un esperimento sonoro che trae spunto anche dal soul per il trasporto della linea cantata, in un connubio di stili ed esperienze che si rivela del tutto vincente. Sinuosa e affascinante, la traccia si presenta come l'aggiornamento stilistico più efficace e imponente per le ragazze da molto tempo a questa parte. In chiusura, “Fractal”, con il solo pizzicare di chitarra elettrica e basso, riporta la girl-band ad una dimensione intima, che si potrebbe quasi definire unplugged se non fosse per la strumentazione impiegata. Le armonizzazioni vocali sono di una dolcezza che incute quasi timore, e ancora una volta, la potenza che le ragazze sanno suggerire anche con un filo di voce, mette in rilievo quanto la sinergia del quartetto sappia andare ben oltre la somma delle sue parti. Anche in un pezzo tutto sommato così semplice, basilare nelle scelte di arrangiamento e produzione, la ricchezza emotiva che le Brown Eyed Girls sanno sprigionare ripaga sotto ogni aspetto.

Gradatamente, curando ogni disco con la dovuta attenzione, la girl-band e tutto il suo staff mette in chiaro ancora una volta come la classe non sia acqua, come il duro lavoro ripaghi, e sappia portare a risultati così buoni. Rispetto alla dirompenza dei precedenti album forse la bontà di “Basic” non si coglie con la stessa immediatezza, ma giusto qualche ascolto in più saprà ripagare le aspettative. Assieme al buon terzo album delle f(x), la Corea ha portato a casa due dischi di assoluto pregio: a questo punto si può ben confidare in un seguito di analogo spessore.
Qualità complessiva delle tracce: 8
Musica: 8
Voce: 8.5
Copertina: 7.5
8
Media dei voti degli utenti: 8.5
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Opinioni sul disco ''Basic''
#01
Bobby Drake
Voto: 8.5
mail
Concordo pienamento con quanto scritto in questa recensione. "Basic" è un piccolo capolavoro delle BEG che, più passano gli anni più riescono a proporre dischi dalla qualità sempre migliore. Un ottimo ritorno in scena per una delle band coreane migliori sulla piazza.
2016-01-06 22:06:13
 
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