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DIR EN GREY
recensioni
Coperdina di THE UNRAVELING - DIR EN GREY
THE UNRAVELING
Mini-album pubblicato il 03 Aprile 2013

Terzo EP per la formazione alternative metal capitanata da Kyo, segue di undici anni il secondo disco sulla media distanza inciso dalla band, che li introduceva nel mondo del nu-metal statunitense. Essenzialmente composto da rimaneggiamenti di vecchi classici del loro repertorio (fatta eccezione per la title track), il lavoro è un concentrato di metal progressivo, sperimentazione e reminiscenze del nu-metal che fu, sempre nel classico stile dissacrante ed epico dei cinque. Il disco ha raggiunto la terza posizione in classifica, vendendo oltre 25000 copie sinora. Il disco è uscito anche in due versioni speciali, una contenente un ulteriore CD, l'altra un succulento e ricco DVD.
829 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 13 Giugno 2013
Riproposta ed aggiornata il 12 Luglio 2013
Prometto che prima o poi mi lancerò nella titanica impresa di scrivere le recensioni per tutti i capitoli discografici della straordinaria avventura a nome Dir en grey, la band che più di tutte le altre ha segnato il corso del metal d'avanguardia di tutto il Giappone (se non di tutta l'Asia, ad essere onesti), arrivando alla notorietà internazionale. E pur non essendo un capolavoro (non che ce lo aspettassimo, ad essere sinceri), “THE UNRAVELING”, nuovo EP del quintetto capitanato dall'istrione degli inferi Kyo, è testimone di una creatività che oramai non cede alla banalità nemmeno se lo desiderasse. Il che, per un disco composto essenzialmente di rimaneggiamenti e self-covers ad hoc, è un incentivo all'ascolto mica da ridere. Perché, al di fuori della title track, inedita, sono alcuni tra i brani più belli e avvincenti della loro lunga e proficua carriera, quelli che compaiono in questa mezz'ora di musica: brani totalmente trasformati e riadattati alle esigenze odierne della band, ma capaci ancora di solleticare l'attenzione, provocarla, e, perché no, anche sconvolgerla, qualora trovasse menti particolarmente ricettive. No, non sarà un capolavoro, ma non si commetta ad ogni modo l'errore di sottovalutarlo, ché ha comunque molto da raccontare.

Come già detto in precedenza, la title-track, “THE UNRAVELING”, è l'unico brano originale nella collezione: al di là di questo discrimine che la differenzia dalle altre tracce, svolge al meglio il suo ruolo introduttivo, illustrando molti degli elementi che vanno poi a comporre anche i restanti brani. Lo stacco funk-groove metal a inizio traccia, l'ennesimo suggestivo teatro di disfunzioni vocali e melodie epiche perpetrato con efferata precisione da Kyo, il lavorio di basso e batteria a rimandare alle cupe atmosfere progressive dell'indimenticabile “UROBOROS”. C'è tutto quanto si poteva desiderare dalla band allo stato attuale delle cose, fatta eccezione forse per le atmosfere doom/orchestrali che avevano innervato la disperazione magniloquente di “DUM SPIRO SPERO”, e onestamente, in questo gioco di melodia e assalti sperimentali, non si saprebbe chiedere di meglio. A seguire troviamo “Waza”, nota anche col nome di “Karma”, tra i pezzi più vecchi del gruppo, e curiosamente mai finita in un suo album o raccolta nel corso degli anni (giusto una vecchia compilation di video uscita oramai tantissimo tempo fa). Niente a che vedere col fosco sound visual-kei degli esordi, come prevedibile, in compenso la carica ansiogena è sempre quella. Il gutturalismo di Kyo al solito la fa da padrone assieme al pestare tumultuoso della batteria di Shinya, autentico mattatore e fantasista dell'oscuro, la polifonia entra in gioco dando un tocco corale all'andamento convulso del brano, un'aura luciferina si impossessa del tutto. A conti fatti, non poteva esserci un'operazione di recupero più intelligente. “Kasumi”, singolo che ha anticipato di qualche mese l'uscita del quarto album “VULGAR”, è invece tra i loro “lenti” più famosi. Si prenda naturalmente il termine “lento” con le pinze: non si tratta di certo di una ballata j-pop strappalacrime o della torch-song da soul singer disperata, comunque ha dalla sua un romanticismo nascosto, una malinconia, ancor prima che un senso di funesta decadenza, ad informarla ed irrobustirla, fatto che la porta lontano dai terrorismi sonici loro marchio di fabbrica. Quest'aura di romanticismo tragico si ripercuote anche nel rifacimento del brano, volgendosi a uno psicodramma epico che ben poco ha del metal tout-court, preparato com'è dalla casa Dir en grey, che poco lascia a classicismi e restaurazioni varie. E di fatti, “Karasu”, tra i pezzi più alienanti della fase industrial della formazione, corrobora quest'idea. Pur rimandando all'atmosfera claustrofobica dell'originale, a quella desolazione viene dato un nuovo significato, una nuova prospettiva, con quel tocco di tastiera e i contrappunti di chitarra a dare ottima prova di sé, sia nelle strofe più piane e rilassate che nei fulminei abbrivi strumentali di mezzo, vere e proprie scariche di elettricità. Si potrebbe quasi definire nu-metal, se non fosse che una definizione del genere oramai non appartiene più ai ragazzi da molto, moltissimo tempo. Dalla stessa fase del loro percorso è estratta pure “Bottom of the death valley”, brano che stavolta non intavola un discorso di rilettura davvero rimarchevole, ma che si lascia apprezzare per quei sovratoni epici a cui è davvero difficile restare indifferenti, specialmente quando ad essi si associa un'amara rassegnazione. I passaggi all'interno della mini-suite restano comunque sempre ben strutturati e delineati, segno che l'attitudine prog del quintetto è e rimane di primissimo livello. Altro brano tra i più vecchi e datati (dal punto di vista della cronologia, non della produzione/registrazione), “Unknown.Despair.Lost” è lucida e chirurgica follia, applicata a un a traccia che già dal titolo svela tutta la sua alienazione e la sua feroce mestizia. Anche qui, il passaggio dal visual-kei al metal più attuale ha di che far riflettere, considerata la freschezza di questi rifacimenti e la scarsa creatività che invece affligge da anni tutta la scena estrema nipponica. “THE FINAL”, brano tra i più celebri, quando non il più celebre in assoluto del loro repertorio (assieme a una “Glass Skin” o ad una “Dozing Green”, per dire), chiude l'ascolto. Anche qui, l'estrema riconoscibilità della linea melodica non depone molto a favore di questo remake, tuttavia non si può negare che il brano, da sempre loro cavallo di battaglia anche ai concerti, mantenga intatto il suo fascino e la sua pulizia lirica, la forza che le consente di resistere alla prova del tempo. E in fondo, ci sta bene così.

Insomma, pur in un disco estemporaneo al loro tragitto principale, i Dir en grey mettono in chiaro che la loro voglia di stupire, anche dopo sedici onoratissimi anni di carriera, non vuole proprio darci tregua. E chi la vuole la tregua, ad ogni modo?
Qualità complessiva delle tracce: 7.5
Musica: 7.5
Voce: 9
Copertina: 7
7.75
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