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Denki Groove
biografia

Per quanto forse è proprio la realtà elettronica ad aver raggiunto con maggiore decisione i palcoscenici e le platee europee (d'altronde, i Yellow Magic Orchestra e i Pizzicato Five insegnano che questo è possibile), una realtà come i Denki Groove (電気グルーヴ) resta ancora avvolta nel mistero, tant'è che anche per molti appassionati questo progetto, imprescindibile se si vuole decrittare il passato e il presente del sound elettronico made in Japan, dovrebbe rappresentare un must irrinunciabile. Invece, per quanto strano possa sembrare, per quanto la carriera del collettivo abbia abbondantemente superato con onore i 20 anni, di loro sembra che chiunque si sia dimenticato, che il tempo abbia sparso su di loro un abbondante strato di polvere, cancellandone quasi ogni traccia. Il che è proprio un peccato, dacché un pugno dei loro dischi, per quanto strano possa sembrare, ha davvero segnato un modo del tutto giapponese di accostarsi all'elettronica, definendo gli anni Novanta stessi e traghettandoli verso le porte del nuovo millennio. Ma la scarsa memoria che li ha colti dal 2008 in poi quasi non trova giustificazioni, se non fosse purtroppo che il ricambio generazionale nell'ambito dell'industria musicale del Sol Levante è ahimè impietoso. Ciò non toglie una virgola per quel che riguarda i meriti artistici di una formazione unica nel suo genere, un baluardo di inventiva e originalità che non teme paragoni. Procediamo però per ordine.

La storia comincia a dipanarsi al chiudersi dei ruggenti anni 80: è il 1989, e quattro amici (già ridottisi a due all'aprirsi del 1991; da notare la partecipazione al gruppo di "CMJK" Jun Kitagawa, produttore e polistrumentista famoso per le sue collaborazioni con Ayumi Hamasaki) decidono di imbastire su un progetto che riprendesse le fila dei Yellow Megic Orchestra laddove loro avevano lasciato, radicalizzandone l'impatto e portando il dialogo tra Occidente e Oriente alle estreme conseguenze. Un dialogo che vedrà già il primo risultato discografico all'aprirsi del nuovo decennio, allorché si manifesta “662 BPM by DG” e rende già chiari gli intenti della formazione, capitanata da Takkyu Ishino e Pierre Taki (ad oggi gli unici due membri). Coniugando una spiccata sensibilità pop ad accenti technoidi e ai nascenti battiti che sarebbero diventati propri della generazione rave e breakbeat, il progetto offriva uno spaccato mirabile di sensibilità musicale ricettiva alle novità e agli stimoli internazionali, ma mai dimentica delle tradizioni, di un'appartenenza per tantissimi aspetti a una cultura diversa per origine e sviluppo. In questa contraddizione, tipica oramai del Giappone da decenni, si risolve e si amplifica tutto il fascino dell'operazione Denki Groove. Dancefloor e concettualità corrono di pari passo, il divertimento tracima di riflessioni meta-musicali, la voglia di innovazione si spinge a livelli impensati. E con l'Europa a diventare fucina indiscussa delle più eccitanti rivoluzioni del settore, i signori a fare da tramite, e portare una ventata di freschezza in madrepatria, ben oltre il recupero eurodance di Tetsuya Komuro e del suo esteso entourage.

La dimostrazione arriva nel corso del tempo: sempre più originali, sempre più ben visti da un pubblico di settore in cerca di novità con cui sfamarsi, e con apprezzamenti che si estendono di uscita in uscita. Dal loro debutto con la Sony nel 1991, “FLASH PAPA”, capace di rimandare all'acid-dance dei Pop Will Eat Itself e masterizzato da ingegneri del suono inglesi, li portava a livelli di modernità inaudita per gli standard dell'elettronica giapponese; il tutto comunque, senza mai dimenticare l'allure pop, la comunicatività spigliata dell'arte del gruppo. Un terzo album, “U.F.O.”, uscito nello stesso anno, introdurrà un nuovo membro, Yoshinori Sukihara, al mixing e presenterà invece la band in un saggio di techno diretto e senza fronzoli. Ma l'evoluzione non finisce mai, la voglia di espandersi e di conoscere prosegue imperterrita, sfociando a più riprese in vera e propria avanguardia: dopo “Karateka”, disco dalle venature dub, è nel 1993 la volta di “VITAMIN”, album che produce una hit minore quale “Happy Birthday”, dalle ricche sfumature acid, e che vede avvicinare i Denki Groove con grande curiosità al mondo della nascente drum'n'bass, sound che in un modo o nell'altro segnerà il decennio. Anche il 1994 vedrà l'uscita di ben due dischi, ma vale spendere due parole in più per il primo dei due, “DRILL KING ANTHOLOGY”, sorta di concept psicotico nel quale il gruppo s'improvvisa per ciascuno degli otto pezzi come una band diversa. Ne risulta quindi un disco eterogeneo negli spunti e nelle sonorità, in cui il passaggio dal metal all'enka è dietro l'angolo. Dopo l'uscita del più diretto “DRAGON”, un ritorno alle prurigini pop con cui hanno mosso i primi passi, per due anni i membri del gruppo si dedicheranno a progetti solisti, coltivando passioni non ben espresse nell'attività collettiva. Takkyu Ishino si darà ad una forma alquanto aggressiva di techno-music, Sukihara si dedicherà invece ad un morbido lounge-pop (con il quale in seguito riuscirà a fare carriera anche da solista), Taki invece si avvicinerà con maggiore convinzione al mondo delle installazioni e della video-art (interesse che contribuirà a riversare anche nell'operato della band).

Il tutto, per preparare al quinquennio d'oro dei Denki Groove: dapprima “ORANGE”, forse il più vicino tentativo di entrare in contatto con il coevo movimento shibuya-kei, giunto oramai al suo apice, ma poi soprattutto “A”, da pronunciarsi come “ace”. Pubblicato nel 1997, e lanciato dal guizzante funky-house di “Shangri-La”, tutto giocato sullo strumentale disco “Spring Rain” di Bebu Silvetti, e capace di vendere oltre mezzo milione di copie, l'album si rivela da subito con forza come il loro capolavoro. Una sorta di riflessione sul big-beat dei coevi Chemical Brothers, ma con sviate verso la techno teutonica, la disco e la ambient, nella sua lunghezza, tutt'altro che succinta, il lavoro porta alle estreme conseguenze la sete di conoscenza e la follia compositiva del gruppo, davvero agli apici in termini di creatività e di divertito citazionismo. Addirittura si arriva a costruire un pezzo in salsa french-touch prima ancora che i Daft Punk ne propagandassero i contenuti in tutto il mondo. Arriva poi il turno di “VOXXX” nel 2000 (coinciso anche con l'uscita di Sukihara dal gruppo), in seguito all'irrinunciabile (data la statura dell'opera) disco di remix per “A”, un rivernissage di sonorità dritte dagli anni Ottanta, prima che i DG pongano di nuovo una pausa alle loro operazioni.

Almeno fino al 2008, anno della pubblicazione di “J-POP”, soltanto una collaborazione estemporanea con il gruppo hip-hop Scha Dara Parr, e l'uscita di due belle raccolte a riassunto di una carriera così ricca di soddisfazioni artistiche spezzeranno il silenzio, che per il resto rimarrà fitto. Da lì in poi, tra apparizioni all'estero (in Germania i due appaiono regolarmente a festival dell'elettronica quali il Mayday), e parche, ma sempre accurate apparizioni discografiche (tra cui un'altra ottima raccolta, “Denki Groove Golden Hits~Due To Contract”, uscita nel 2009 per commemorare il ventesimo anniversario di carriera), il percorso dei DG, per quanto incapace di ripetere i fasti di pubblico di una breve ma fruttuosa stagione, continua a stupire. E noi attendiamo fiduciosi la prossima mossa...

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