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recensioni
Coperdina di Hikari to Kage - Fayray
Hikari to Kage
Album pubblicato il 25 Gennaio 2006

Sesto album per Fayray, si diparte totalmente dallo stile lento del passato, accostando ad esso sonorità rock, soul e post-rock. Il disco, uscito anche in formato CD+DVD, nonostante l'evidente maturazione stilistica e concettuale, si è piazzato ad una modesta 38ma posizione nella classifica Oricon ed ha venduto complessivamente poco più di 10000 copie.
732 click, un solo voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 02 Febbraio 2010

Il titolo ci rivela tutto di quest'album, fino all'ultimo secondo di ascolto e all'ultimo pixel del booklet. “Hikari to kage” è un disco dalla doppia anima, dalle due facce, dai due risvolti. Copertina chiaroscurale, un sole che scalda ma che diverte ad abbacinare e a proiettare lunghe ombre su un volto impassibile e su dei binari immersi nella desolazione, musiche in simbiosi antifrastica col concetto espresso dai testi, feeling malinconico ma che ciò nonostante vibra di un splendore e di una brillantezza abbacinanti, tutto questo in un album conciso, coeso, ma demonicamente intenso ed ispirato. Come diavolo abbia fatto Fayray a tirare fuori un capolavoro del genere, dopo una trafila di dischi onestamente alquanto fiacchini, mi risulta tuttora un mistro. Ma non perché voglia mettere in dubbio le sue doti: sia ben chiaro. “genuine” e “CRAVING” ne avevano messo in mostra le potenzialità e la prorompente versatilità, ma il fatto è che si tratta di un album così dicotomico, profondo, alieno in un contesto musicale come quello percorso da lei che non si può fare altro che gridare al “miracolo”, in un occasione del genere. Occasione che va colta veramente al volo, che risultati simili capitano soltanto una volta ogni tanto, e in fasi della vita dove tutto appare più limpido, più raggiungibile, meno temibile di come vorrebbe apparire.

Si fa partire il disco, e sembra di avere messo i Sigur Ròs al posto di “Hikari to kage”. No, seriamente. L'attacco di “Home”, in tutto e per tutto, ricorda senza tanti mezzi termini l' affascinante incanto militaresco di “Glòsòli”, con quelle distorsioni elettroniche a costituire un tappeto sonoro magico, ma ovvio che poi il pezzo prende tutt'altra piega. Non ci sono dinamiche post-rock tenute nascoste per il ritornello, in compenso il pezzo è una vera chicca: ballata sontuosa, poderosa, celestiale, si accosta più alle soluzioni dreampop che a certe flessioni rock che tende ad assumere il disco, mettendo in risalto una voce carica di emozioni, che sprigiona ad ogni nota. Fayray è una chanteuse dall'animo soul, raffinata ed energica, sensuale ma contemporaneamente carezzevole, declama con piglio accorato la nostalgica visione della “casa” che tanto sembra mancarle. Inizio fantasmagorico, per un seguito tutto da gustarsi: “Pain” parte con un piglio più deciso ed ostinato, chitarre e batteria dalle tinte acide, che sferzano l'aria e la irruvidiscono. Pesanti influenze blues si rintracciano lungo il corso del brano, che probabilmente tendono ad addolcire nel complesso l'ascolto, ma che non intaccano nemmeno di una scheggia la tendenza della traccia ad apparire “rude e selvaggia”. Uno dei riscontri più azzardati e piacevoli nell'album, presentano una Minako alle prese con una dichiarazione sofferta ed insofferente del dolore provato, con una voce definitiva, calata a pieno nella parte, intrisa di evocazione e presagio di sconfitta. “Close your eyes” preferisce invece appoggiarsi a melodie soul, ovviamente reinterpretate à la Fayray, con un piede sempre nel mondo acustico di cui si dimostra dominatrice incontrastata. Quello che colpisce è il piacevole intreccio di archi e voce che costituisce l'ordito da cui si sviluppa il pezzo, quasi una ninna-nanna sussurrata da una Minako che qui scopre il suo lato più materno e affettuoso, pronunciando una benedizione appena lambita dalle note, che non vogliono spezzare la magica alchimia sancita dalla formula misterica della cantautrice. Ballata coi controfiocchi, non c'è che dire. Il meglio deve ancora iniziare, tuttavia: “Nostalgia” è un pezzo che vale una carriera intera, ben più delle mirabolanti atmosfere trash-pop degli inizi, ben più delle confortanti ballate amorose del successo, Fayray trova nel rock il suo vero ambito di espressione, il mezzo con cui esprimere le sue calorose ed eccellenti qualità compositive. Traccia sopraffina, splendida nel suo incedere, all'energico appeal della chitarra, e allo scandire incessante della batteria, fa combaciare un testo micidiale e glaciale, di una violenza che però se ne sta rintanata, nascosta, esplode solo negli slanci sonori di Minako, ai quali sembra precludere ogni altra via possibile di espressione. Dolenti percezioni, un'eterna ed inconcludente ricerca, sublimata nei versi “I can't get out, there's no way out”, dove l'ostinazione martellante della musica sembra concedere un minimo di spazio ad una lacrimante rivelazione. Se questo brano rasenta la perfezione, che dire del successivo, la consacrazione totale al concept di cui l'intero progetto vuole (e deve) pervadersi? “Hikari to kage” pare uscita da un'altra dimensione. Destabilizzante nella sua rarefazione, una ballata post-rock come in Giappone non se ne sono sentite e non se ne sentiranno mai più, i pochi tasti di pianoforte, assieme allo spiazzante preludio elettronico, eterno nella sua monumentalità, danno andito a un cantato lapidario, brevilineo, succinto, ma com'è possibile che da un laconismo tale venga fuori un'intensità concettuale simile, una perfetta unione simbiotica di luce e tenebra? Non c'è niente da fare, Minako fa quel che vuole, e ci riesce in ogni modo, sa scaraventarti nelle spelonche più oscure con lo stesso piglio con cui sa farti smuovere il deretano. “Nami”, sul reflusso della precedente, avanza un'ipotesi sofisticata di musica neoclassica, con una Fayray che ancora di più rinuncia al cantato (presente, sì e no, in un minuto e mezzo a malapena di pezzo), a favore di pura e mera musica, musica che esce dal cuore, pesante ma sollevata, ricca e così dannatamente umile, dimessa, priva di inutili esibizionismi, semplice nel suo proporre un'orchestrazione ad altissimo tasso di banalità. “Spotlight” invece, è l'unico tasto dolente dell'album. Piuttosto improponibile come apripista del disco, “rovina” (per così dire, la qualità pur sempre rimane nel complesso altissima) la perfezione rasentata coi precedenti brani. Qui Minako si riavvicina al mondo lento e un po' stucchevole delle intrusioni jazz di “Hourglass”, attualizzandolo al sound del disco in questione. Non che l'intento non sia stato raggiunto, soltanto che Fayray in alcuni punti sembra dimenticarsi di essere una cantautrice e se ne va per i fatti suoi, in slanci solipsistici che poco ci azzeccano nel complesso. Pezzo poco convincente, rompe quella radiosa malia costruita sulle basi di un'ispirazione incredibile. Ma meno male che i rimproveri si limitano soltanto a questo: “Shame”, più somigliante a “Nostalgia” che a “Pain”, attacca con una grandinata di applausi e una chitarra country, quasi a voler ricreare l'ambiente intimo e caotico di una jam-session, per poi dare andito alla nostra di esprimere al meglio una divertente e autocommiserata constatazione di vergogna, che si associa al disperato ed ammiccante tentativo di trascinare l'amante nei suoi vizi segreti. Come al solito, ecco che si ripropone puntuale puntuale l'intento programmatico dell'album, far confluire e mescolare con sapiente virtù dolore e gioia, passione (e come ce n'è in questo brano, non c'è da nessuna parte) e malinconia. Ci si appresta alla conclusione del nostro ascolto, ed “Angel” si propone ad hoc: minimalismo pronunciato, strumentazione scarna ma adatta allo scopo, una ballata dormigliona, si ripropone indefessa e magnifica nella sua straniante bellezza per quasi 6 minuti: lunghezza che può spaventare i più, ma fidatevi che con un po' di calma e tenacia questo pezzo saprà penetrare anche nella corazza più dura. I gementi accordi di chitarra, i vibranti impeti di Minako, il tutto tende ad una preghiera olistica e totalizzante, un invito assoluto a cogliere l'angelo in noi stessi e nel mondo che ci circonda. Se non è una chiamata alla raccolta, poco ci manca. Last but not least, la misteriosa e finissima cover di “Ai sansan”, uno dei pezzi più glorificati in tutta la storia della musica leggera giapponese, che reinventa la formula coniata da Kei Ogura (il cantautore alla base di questa melodia fuori dal comune), in chiave ancora più tradizionale dell'originale, dandole nuovo turgore grazie ad un apparato musicale di tutto rispetto, che spazia dallo shamisen agli archi moderni e a qualche piccolo accenno elettronico, il tutto a condire una Fayray, che, inutile dirlo, ha fatto centro per l'ennesima volta.

Pochissime parole sul DVD, di cui purtroppo sono riuscito a vedere solo sporadici ed inconcludenti spezzoni, che inquadrano le sessioni di registrazione avvenute per il disco, nelle quali Minako e il suo eccellente staff, costituito perlopiù da produttori e musicisti newyorkesi (l'intero album è stato concepito e steso nella Grande Mela, in Giappone qualcosa di simile sarebbe stato difficile da ideare), non sembrano trovare la benché minima difficoltà a partorire un disco così straniante e incantevole, ma anzi paiono divertirsi e trovare l'ispirazione con una quotidianità ed uno smacco impensabili. Quando si dice che le opere migliori nascono con semplicità, senza tante preoccupazioni di sorta.

Trovare una conclusione adatta per un disco del genere è un gioco che non vale la candela, tanti sarebbero gli spunti e le questioni inespresse di cui si potrebbe ancora parlare, per cui vi lascio alle calde sensazioni che queste splendide 10 tracce sanno offrire, nell'attesa che finalmente (anche se ci spero poco) l'album riceva i meriti e i riconoscimenti che avrebbe dovuto aspettarsi sin dalla sua pubblicazione.

Qualità complessiva delle tracce: 9.5
Musica: 10
Voce: 10
Copertina: 10
Contenuti DVD: 9
9.7
Media dei voti degli utenti: 9
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Opinioni sul disco ''Hikari to Kage''
#01
Kikkokat
Voto: 9
http
mail
Che dire Zefis, recensione stupendissima! "Hikari To Kage" rimarrà il disco piu' bello di Fayray, a meno che non si decida a pubblicare qualcosa di simile, ovvero post rock (magari tra un paio di anni)...mai dire mai. Comunque che posso dirti, "Home" è una delle mie preferite, la sua voce in questa canzone è particolarmente sublime e ti trascina inesorabilmente ad amarla e a fissartela in testa. "Pain" come dici tu inizia molto bene,ma proprio alla grande oserei dire, solo che nel ritornello qualcosa va storto e non riesce a decollare. Nel complesso comunque è una canzone ascoltabile e mi piace tantissimo quando alla fine dice "why does it hurts...hurts...pain" e si sente lei che fa una specie di mugolio con l'eco, ovvero sofferenza pura (non a caso si intitola Pain). "Close Your Eyes" è stata insieme a "Angel" (e ancora prima a "Hikari To Kage") una canzone che ho dovuto ascoltare diverse volte di seguito per apprezzarla. Penso sia una sotto versione di "Spotlight" (che invece a me piace tantissimo) Comunque il risultato finale è buono ma non all'altezza delle prime due. "Nostalgia" beh..che dire....IL PEZZO dell'album, con la P maiuscola. Ma dove la ritroviamo un'altra canzone cosi?? E' davvero difficile esprimerla a parola, questo rock sofferto, questa voce bellissima, questi echi nel ritornello che ti inchiodano all'ascolto...Davvero sublime. Poi come dici tu, davvero bellissimo verso la fine il climax quando canta "I can't get out, there's no way out”". "Hikari To Kage" dopo la mia prima storta di naso (ti ricordi?)^^ è diventata una delle mie preferite. Bisogna metabolizzarla per bene, il testo è molto bello (in un sito ho trovato la trad in inglese), la musica è onirica e molto originale. Come title track poi è davvero perfetta e sono contento che abbia scelto questo titolo per tutto il disco. "Nami" invece è un arresto, ho provato e riprovato ma niente. Troppo prolissa, troppa musica (seppur di altissima qualità) ma la noia purtroppo è dietro l'angolo. Mi rifaccio con il singolo (unico purtroppo) "Spotlight" dove l'arrangiamento di archi mi ha fatto fin dal primo ascolto innamorare di questo pezzo. Mi piacciono tanto anche le frasi in inglese che canta alla fine, e l'atmosfera degli archi che c'è sempre sul finale. "Shame" è un altra perla. Una voce piu' sexy del solito, Fayray ti ammalia con un brano molto rock con venature country. Davvero un pezzo sorprendente ed originale! "Angel" è una ballatona che all inizio mi ha lasciato perplesso, ma poi ho capito tutta la sua drammaticità, il suo fascino. Fayray sembra che voglia parlare con qualcuno che non c'è piu'. "Ai sansan" invece non mi è piaciuta neanche un po', l ho trovata troppo tediosa. Avrei preferito che in questo disco fosse stata inserita la bellissima "Akai Tsuki". b side del singolo "Spotlight", ma per ragioni che per noi resteranno per sempre sconosciute, cio' non è stato fatto, nonostante la sua bellezza. Dopo avertela fatta ascoltare sono molto contento che è piaciuta pure a te.
Il booklet non è bello come i precedenti, sebbene la copertina il 10 lo merita tutto e sono stra d'accordo con te. Per il resto ci sono soltanto altre 2 sue foto (una in b/n, l altra a colori). Poi ci sono foto di strade e paesaggi (fatte da lei stessa) e tutti i testi, tranne quello dell'ultima canzone. Il Dvd non è niente di che, 25 minuti in cui si vede lei che scherza con i produttori e i musicisti del disco (come giustamente hai detto tu, tutti americani) Quest'album dalla prima nota all'ultima pagina è made in USA. Musicisti americani, produttori americani, fotografi americani. C'è pure il PV di "Spotlight" che altri non è che un dietro le quinte del servizio fotografico di "Hikari To Kage" Se non ho messo 10 è solo perchè 10 tracce sono poche e 2 proprio non le digerisco. E poi anche per vendetta^^ Voglio che Fayray faccia un altro disco molto simile, e non un altro "Nete mo Samete mo", che invece mi ha lasciato molto perplesso.
2010-02-02 11:56:13
 
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