Kinoco Hotel
recensioni
di zefis90
Pubblicata il 24 Gennaio 2012
Riproposta ed aggiornata il 29 Gennaio 2012
Al giorno, d'oggi l'offerta musicale è talmente varia e sfaccettata che ogni gruppo, emergente o meno che sia, fatica a rendersi noto, e spesso è un colpo di fortuna a far sì che venga raggiunta una certa notorietà, specialmente se a livello indie. Ed è proprio per caso, in maniera del tutto fortuita, che vengo a conoscenza di questo scatenatissimo gruppo di 4 ragazzotte da Tokyo, le Kinoco Hotel, un caso che comunque comincia a destare non poco interesse. Con l'ironia sempre a portata di mano, e con uno stile che più vintage di così si muore, le nostre arrivano con “Marianne no koukotsu” alla loro terza prova sulla lunga distanza, fregiandosi di una consistenza artistica che le ha viste diventare paladine di una nuova ondata di progetti dediti al rock psichedelico. Doors e Jefferson Airplane, e una sana voglia di fare tanto bel pop, questi sono gli elementi che hanno contribuito a rendere le quattro un progetto al 100% revivalista, eppure degnissimo di nota, dotato di una brillantezza melodica che in pochi riuscirebbero ad ottenere da materiale simile. E scusate se è poco!
Iniziamo senza tanti complimenti con la strabordante vitalità dell'energica “Kinoco Hotel shouka II”, un'ottima introduzione atta a presentarci le qualità intrinseche di un gruppo che proprio nel venire da un'altra epoca svela il suo vero punto di forza. Potente il suono di batteria, trascinante l'organo suonato con perizia dalle mani esperte di Marianne Shinonome (la leader del gruppo, ndr), ci proiettano in una psichedelia divertente e sorniona, condita da un'ottima melodia pop. Senza alcun dubbio, si tratta di un buon modo di apprestarsi all'ascolto. Ci si sposta verso contaminazioni col power-pop nella successiva “Shiroi heya”, un'altra energica canzone incentrata sullo straniante suono dell'organo, che però si innesta con più brillantezza nel tessuto musicale, specialmente nell'accattivante ritornello, pimpante e dinamico, a presa rapidissima. Col finale pacato, quasi in sordina, si passa a “Hijou naru yoake”, in cui si palesa un'altra delle influenze del gruppo. Calate come sono nei ruggenti anni '60, le nostre quattro scalmanate ragazze traggono ispirazione anche dal cosiddetto genere”Kayokyoku”, uno stile di musica popolare con il quale i Giapponesi cominciarono a familiarizzare con le novità rock provenienti dall'Occidente, filtrandolo però con la loro sensibilità melodica. Ecco quindi che troviamo armonie costruite su una melodia tipicamente d'altri tempi, su cui poi viene disegnata l'impalcatura sonora, che vi si adegua senza tanti problemi. Le belle linee di basso non vengono coperte dal cantato determinato di Marianne, anzi si evidenziano per forza e grinta, fornendo un ottimo sostegno a tutto il restante arrangiamento. Un'anima totalmente retrò dà vita pure a “Kiken na uwasa”, che però impallidisce al confronto con la precedente, vuoi per una melodia più fiacca e strascicata, vuoi per un approccio che stavolta non tenta di portare freschezza alla materia sonora, ma solo rinverdirne i fasti. Tanta prevedibilità, e pochissima personalità, non vi è altro da aggiungere. Il vero capolavoro, la zampata da leoni, arriva con “Fuukei”, nella quale le quattro sognano di scrivere una canzone alla pari dei loro miti, cercando di raggiungere anche un briciolo della loro grandezza. Qui si va oltre il briciolo, senza problemi questo brano potrebbe essere considerata una delle migliori cose a provenire dall'enorme calderone del rock psichedelico degli ultimi anni, se non fosse che al solito si griderà al derivativo, ecc... . In 8 minuti, le nostre condensano tutto il loro amore per i Jefferson Airplane, lasciando che sia il loro spirito più puramente acido e psichedelico ad avere la meglio. Ecco quindi che i primi 5 minuti assumono le caratteristiche di una lenta divagazione nei meandri della mente, piacevolmente scombussolata da sogni ad occhi aperti, danze attorno ai falò della propria psiche, una jam session che poi esplode in una baraonda dai mille colori e risvolti, psichedelia in tutta la sua grandiosa imponenza. La batteria incendiaria, ma soprattutto una chitarra a volte sgranata, a volte fortissima, contraddistinguono un pezzo espressivo come pochi altri, un vero colosso di abilità tecnica e rielaborazione sonora come poco altro. Detto ciò, il resto chiaramente non arriva nemmeno a lambire la grandezza appena ascoltata, ma non rimane di certo sugli allori. Di nuovo si fa una capatina nel power-pop in “Kinoco no toriko”, brano scandito e ritmato, dove la voce filtrata, e la batteria, “fanno a gara” a chi ottiene il predominio del pezzo. L'organo inoltre, si fa pazzo e svitatissimo, marcando a fuoco un'altra canzone di carattere assoluto, ben giocata nei suoi elementi, proprio quello che ci voleva per variare un attimo timbri e flessioni dei vari pezzi. Pallidina e moscia è invece “Ningyo no koi”, che pur rimanendo tutto sommato piacevole, non lascia una grande impressione di sé. E' la melodia a non convincere granché, si presenta quantomeno fiacca ed esausta, anche se cerca di fare di tutto per dare invece un'impressione esattamente opposta. A non convincere è il tentativo di voler dare energia ad un cantato non particolarmente grintoso e scattante, col risultato che il brano si gioca su due binari e non ne facilita molto l'apprezzamento. In “Kouya e”, l'organo, piuttosto che gettarsi nella mischia come finora ha fatto, diventa più suonato e meno tendente al drone, accompagnando quindi con uno spirito più pop il cantato della Shinonome, molto misurato, ma pur sempre in piena coerenza con il taglio sbarazzino, anche un po' girly, della loro musica. Nella canzone, il tutto rimanda a certo pop europeo, specialmente francese, targato anni '60, che in questi ultimi anni gode di interesse del tutto particolare da parte di musicisti asiatici. Si torna a ricevere una sana dose di adrenalina in “Aijin kyouhai sekai”, nella quale i toni diventano più aggressivi e leggermente più piccati del solito, complice anche una leggermente diversa impostazione vocale che dona un altro colore ad un disco solo apparentemente monotono e privo di spunti (anche se la musica, e un po' la melodia, risentono di un certo calo di ispirazione). Il finale è affidato all'altro brano lungo della raccolta, che porta lo stesso titolo del disco, “Marianne no koukotsu”, e come per “Fuukei”, vi è maggiore carica psichedelica che in altre tracce. Il basso, fluidissimo, detta ancora una volta l'andamento dell'arrangiamento, che punta tutto sull'atmosfera, senza troppe incursioni in territori più rock. Una conclusione placida, insomma, adattissima a tirare le somme di un disco curato sotto tutti gli aspetti, vera e propria sorpresa di un 2011 tutto sommato povero di grandi pubblicazioni.
Le Kinoco Hotel sono un piccolo gioiellino, una perla da riscoprire e, perché no, amare e portare sempre con sé, riscoprendo ogni volta i tratti di un mondo e di una realtà, che sono più vivi che mai. Gli anni '60 non sono mai sembrati così vicini!
Qualità complessiva delle tracce: 7.5 Musica: 8 Voce: 7.5 Copertina: 8 Qualità PV a-side: 8.5
7.9
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