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MEG
recensioni
Coperdina di LA JAPONAISE - MEG
LA JAPONAISE
Album pubblicato il 25 Aprile 2012

Primo album di cover per Keiko Yorichika, che segue la dipartita da Yasutaka Nakata e le esperienze avute in Francia. Contiene cover di canzoni giapponesi e internazionali. Data la scarsissima promozione, il disco si è fermato ad una modesta posizione 60 in classifica, vendendo poco più che 2000 copie.
779 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 06 Giugno 2012
Riproposta ed aggiornata il 13 Giugno 2012
MEG - LA JAPONAISE
MEG - LA JAPONAISE
MEG - LA JAPONAISE
Era da un po' che non si avevano notizie della più effervescente e stilosa interprete dell'electropop con gli occhi a mandorla. O meglio, era da un po' che non si avevano notizie riguardanti un ritorno sulle scene del suo Paese. La separazione dalle grinfie di Yasutaka Nakata, il lancio della sua carriera in Francia e un'infinità di viaggi in giro per il mondo non lasciava presagire quando avrebbe ripreso tra le mani le redini del suo destriero nipponico. Non abbiamo dovuto aspettate molto però: lo scorso Aprile la frizzante MEG ha dato alle stampe il suo primo album di cover, col quale calmare le attese dei suoi fan per un po' (è comunque di imminente pubblicazione il suo prossimo singolo, la fascinosa “TRAP”). Il titolo è indubbiamente rivelatore: “La Japonaise” è un disco che vuole attualizzare, riadattare al gusto corrente delle cose, svariati classici del j-pop e non soltanto, rivisitandoli con la brillantezza che da sempre è conditio sine qua non dell'artista. Peccato che quasi mai gli intenti combacino con i risultati....

L'arrangiamento particolare, ballabile (per quanto non electropop, siamo lontanissimi dai quei lidi) e dotato di un groove irresistibile è la prima cosa che si nota nel rimaneggiamento di “DISCOTHEQUE” della popolarissima seiyuu Nana Mizuki. Per carità, niente che vi farà strappare i capelli, ma Keiko ne rilegge bene l'andamento divertito e se ne sa riappropriare con buona personalità, accentuandone il lato più ironico e spigliato. Tutto sommato un buon inizio, niente di più niente di meno. Una base electro introduce invece all'ascolto di “BELIEVE”, originariamente interpretata dall'idol group Folder5. Stavolta la Nostra pare totalmente inadeguata, per non dire impacciata, in questo contesto, che non le si addice per niente. Non che sia nuova ad aprirsi con coraggio verso altri orizzonti, è però un peccato vederla alle prese con un j-pop inefficace e vacuo, specie quando ha tutte la capacità di sapersi elevare a maestra di stile. Per la serie “non c'è mai fine al peggio” arriva quatta quatta la successiva “TOUGH BOY” (cantata inizialmente da tale TOM CAT) a far crollare del tutto le quotazioni dell'album. E la cosa fa davvero male, a prescindere dal fatto che in Giappone, si sa, gli ammiccamenti all'età infantile sono all'ordine del giorno, specialmente in musica. Non è comunque ammissibile che si possa ritenere convincente una canzone riadattata con suonini presi da una sigla di qualche anime random, per poi porci sopra una performance vocale annoiata e priva di mordente, come se si trattasse della prima vocalist trovata per strada. Bassezze che nemmeno in “Journey”. Proprio a quest'ultimo mini-album si ispira il remake di “wind”, canzone del cantautore folk Akeboshi, qui immersa tra placidi toni glitch e una calda malinconia pianistica a sottolineare una vocalità di nuovo ritrovata e sicura di se stessa, capace di regalare qualche sussulto. Per quanto l'inglese non sia ineccepibile (ma ce ne siamo fatti oramai una ragione), la Yorichika ne dà una rilettura sentita e toccante, uno dei rari momenti felici in questa prova. “Banana no namida” è indubbiamente il pezzo che non ti aspetti, anche per come lo hanno alterato rispetto all'originale. Calato com'era negli anni '80 (d'altronde, le Ushiroyubi Sasaregumi sono state attive tra il 1985 e il 1987) il brano avrebbe saputo di passatismo fine a se stesso se avesse avuto un arrangiamento anche simile al primo. Ecco quindi spuntare seducenti echi lounge, richiami al pop più caramelloso e contagioso, e otteniamo una versione, se possibile ancora più giocosa, di quanto proposto inizialmente. Nulla di davvero entusiasmante, ma sa il fatto suo, com'è giusto che sia. Peccato che il disasterpiece non possa dirsi concluso: “Motteke! Sailor fuku”, col suo inizio che ricicla stancamente il tema cheerleader, con la sua elettronica sparata a tremila, spesso in odore di rap, non lascia veramente nulla che valga la pena di ricordare. Passando oltre, “Still Love Her ~ Ushinawareta fuuukei~”, canzone dei TM Network, la celebre band di Tetsuya Komuro, è una ballata con tutti i crismi del termine, lenta e atmosferica. Basata essenzialmente sul pianoforte e sui cori di sottofondo, la traccia non è sicuramente niente di epocale, e sarà simile a tante altre già ascoltate, comunque, rimane sempre meglio rispetto a tanto altro che qui si ha avuto modo di apprezzare. La vera sorpresa (in positivo o in negativo, sta a voi deciderlo) arriva con la cover più inaspettata, assurda, inconcepibile di questo mondo. E sì che “Volevo un gatto nero” è pure un pezzo noto, che è riuscito ai suoi tempi a fare il giro del mondo, ma sentirlo pronunciare dalla voce (volutamente) fanciullesca di MEG è un'esperienza unica, per non dire alienante. Al di là del fatto che non si capisce quasi niente del testo, di per sé nemmeno così complesso, sentirla cantare in italiano è indubbiamente un segno di coraggio, al di là dl fatto che la resa è alquanto scadente e che il giro di tango sia alquanto fastidioso nel complesso. Vale comunque la pena di darci un ascolto, ché a prescindere da come la si possa valutare, è un esperimento ardito. Sorvoliamo invece su “Rouge no dengon”, dall'originale di Yumi Matsutoya, la cui musica, strana e confusa, non offre appigli per poter quantomeno salvarla. Già più interessante, e soprattutto, testimone delle conoscenze acquisite in Francia, è “Comment te dire adieu?”, immortale canzone resa celebre dalla voce della strepitosa Françoise Hardy, a cui Keiko rende un simpatico omaggio. Chitarre funky, sensualità a manetta e un fascino d'altri tempi cesellano una rilettura brulicante e briosa del classico francese; certo, non un capolavoro, ma pur sempre gradevole. Per finire, troviamo come bonus-track la più ballabile e potente “Ma Mélissa”, che ci trasporta nei lidi dance/technoidi tanto cari, prendendone però il lato più eurodance, in cui si incastra dannatamente bene la canzone, che procede quasi singhiozzando. Impressionante che in un disco del genere, che vorrebbe osare con nuovi colori e sonorità, sia proprio il brano più affine al suo vecchio repertorio a brillare tra tutti, e questa, a dire il vero, non è proprio la migliore delle diagnosi.

C'è da dire che l'occasione è stata davvero gettata alle ortiche: fieramente libera di potersi gestire più autonomamente la carriera, si ritrova, con questo debutto, punto e capo, a non sapere che pesci prendere. Ora sì, sto esagerando consapevolmente, considerando che il nuovo singolo, per quanto più in linea con quanto oramai fatto negli scorsi sei anni, è una discreta bombetta. Tuttavia, se vuole osare, trovare percorsi diversi con cui vagare nel mondo della musica, avrà da rimboccarsi ben più le maniche rispetto a quanto offerto qui. Per adesso, rimandata a Settembre.
Qualità complessiva delle tracce: 5
Musica: 5
Voce: 6.5
Copertina: 6.5
5.75
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