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Motohiro Hata
recensioni
Coperdina di ALRIGHT  - Motohiro Hata
ALRIGHT
Album pubblicato il 29 Ottobre 2008

Secondo album per il cantautore/chitarrista Motohiro Hata, presenta una maggiore omogeneità di suono rispetto alle sue prove precedenti, puntando più su un sound acustico/folkish dalle lievi sfumature rock. Preceduto da un buon numero di singoli di discreta notorietà, l'album conferma i dati di vendita del precedente, attestandosi all'incirca alle 55000 copie vendute.
692 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 08 Novembre 2010
Riproposta ed aggiornata il 12 Novembre 2010

Non ci è voluto molto affinché l'ispirazione di Motohiro Hata riuscisse di nuovo a trovare nuovi percorsi da affrontare: di fatto, dopo una bella manciata di singoli, ecco tornare giusto un anno dopo alla carica con quello che ad oggi è il suo disco meglio confezionato ed articolato: “ALRIGHT”, tutto sommato, non è che apporti chissà quale trasformazione nel sound di un artista che comunque a livello sonoro è sempre rimasto fedele alla sua linea originaria, tuttavia la grande capacità di intessere melodie convincenti e freshce, il suo ottimo fingerpicking, e soprattutto, la sua ottima impostazione vocale, fanno comunque dell'album un piccolo canzoniere di pregevole fattura e spiccata densità musicale. La folk-acustica, che come un nocciolo avvolge lo scrigno melodico di queste 15 canzoni, paga forse in termini di troppa omogeneità e mancanza di un vero e proprio rilancio stilistico, tuttavia, le buone doti di compositore di Motohiro, rilanciano in grande tutta quanta la fatica apportando piccole, ma efficaci modifiche, alla maggior parte del contesto narrativo, rendendo quindi l'intero ascolto molto più interessante di quanto paia all'inizio. Il ragazzo serba molte più carte in tavola di quanto sembri, e si diverte a mostrarle volta per volta.

La dolce e calda “Yuugure no tamoto” ci accoglie come un buon oste all'ascolto dell'album, e gli stessi sentimenti che suscita questo pezzo sono un po' le costanti categoriche di tutto quanto il lavoro. Corde di chitarra pizzicate per una ballata sussurrata e placida, forse non apre con una buona dose d'energia il disco, tuttavia riesce a salvare dal tedio grazie alla validissima interpretazione dell'artista, come sempre a cavallo tra una sensualità malcelata e un continuo turbine di emozione, e alla ricchezza folk della musica, scorrevole e ammaliante. Un bel grido di vitalità ci introduce invece a “Kimi, meguru, boku”, che in quanto a grinta e capacità di trascinare è su tutt'altro piano rispetto alla traccia d'apertura. Si parla infatti di un pop-rock estivo, solare e arioso, ben più ritmato e scandito, con qualche accenno psichedelico nel tessuto musicale (tenere presente la contaminazione di organi all'inizio della canzone), che porta uno sprazzo di gioia e di allegria nel cuore dell'ascoltatore (come d'altronde da titolo, la fatica dell'artista è tutta incentrata su tematiche positive, decisamente lontane da atmosfere cupe e tetre). Il ritornello è sicuramente la parte più riuscita dell'intero pezzo, è infatti una bomba pop scandita da incessanti colpi di batteria, appiccicoso ma mai lezioso. Musicalmente egregio, è un brano di notevole confezione, intriso di speranza e armonia. “Bye bye jaa ne” invece presenta la particolarità di unire alla base folkish della musica uno spessissimo strato di archi cameristici magistralmente arrangiati, che si sposano perfettamente con la linea melodica tracciata dal cantautore, ben strutturata e regolata nei suoi cambi. La musica nel complesso è ancora una volta impeccabile, lascia vagare e trasportare la splendida voce di Motohiro in una serie continua di piroette e volute echeggianti (in questo ricordando molto i suoi colleghi Remioromen), permettendogli di esprimersi al meglio delle sue potenzialità. Denominazione invece metamusicale per “Fa sol la si do re mi”, che segue subito dopo. Da un titolo del genere, mi sarei aspettato una bomba rockish con una melodia mozzafiato, peccato che abbia dovuto riporre tutte le mie attese per ascoltare invece quello che non è altro che un brano moscio, derivativo e che si regge veramente a fatica sulle sue fatiscenti fondamenta. La batteria elettronica che si sente nei primi secondi non viene poi ripresa in seguito, lasciando comunque un sostrato fiacco in sottofondo, che non viene sfruttato con intelligenza: la melodia, unita alla musica acustica di base, non trascina, è scontata e abusata, ivi compreso il ritornello, che in tutta sincerità, procede veramente molto a fatica, e ricorda molto le filastrocche per i bambini (però, in accezione negativa). Una nenia di tre minuti e mezzo inconcludente e totalmente fuori luogo. Fortuna che però è l'unico pezzo veramente tirato via del disco, infatti “Honey Trap” sfrutta molto meglio le pulsioni sperimentali dell'artista in una canzone dai forti sentori jazzy stavolta ben salda sui suoi piedi. Il brano unisce synths, chitarre e basso in un vortice emozionale sorprendente e solido, in un blend che fonde sonorità black ad un'acustica impregnata di tensione e calore, con una linea musicale lirica, facente da buonissimo appiglio al mordente mostrato dalle trombe in chiusura, che elevano l'interesse all'ascolto e regalano quella sontuosità che comunque non guasta con lo spirito sensibile di Hata. Un'ottima sorpresa, non c'è che dire. “Hanazaki popular” ci riporta invece nelle epoche dorate del folk, grazie ad una produzione ed un tipo di suono che paiono provenire dritti dritti dagli anni '70: la levigatezza della materia sonora qui combacia perfettamente alla brillante positività che emana da melodia e ritmo contemporaneamente, a cui va aggiunto anche il tocco black dato dai claps che fornisce quindi una dimensione più che soddisfacente su cui far reggere una canzone. La chiarezza compositiva del brano, che a tratti ricorda la genialità melodica di Neil Hannon (mente creativa dietro agli irlandesi The Divine Comedy), approda a una sequenza potente e trascinante di strofe e ritornelli, in quello che a tutti gli effetti è uno dei vertici del disco nel suo totale. “Niji ga kieta hi” è un brano che alterna ad un'ottima linea di pianoforte una altrettanto buona performance della sua fida chitarra. E non a caso si tratta anche di uno dei cavalli di battaglia dell'artista, che qui offre una traccia sì raffinata, ma mai astratta o lontana dai suoi impulsi emozionali, sempre pregnante e colma di sentimento, che qui traspare anche dall'arrangiamento usato, semplice e contemporaneamente adattissimo al soft-rock qui scelto dal ragazzo, che nell'esilità del pezzo si muove veramente alla grandissima. Ripeto, non a caso uno dei suoi cavalli di battaglia. “Saiaku no hibi” è finalmente la prima vera e propria canzone dai toni rock che possiamo ascoltare in questo album, ma presenta anch'essa notevoli particolarità che la rendono allo stesso tempo un po' discosta dal rock classico a cui si è abituati. In particolare, il pianoforte jazzy sempre presente, che mai abbandona il decorso delle note, e il sottofondo che nella sua struttura ricorda molto il folk, per quanto l'impiego delle chitarre sia completamente diverso. Anche qui, la musica è la protagonista assoluta: Motohiro cerca probabilmente di sforzarsi troppo con la sua voce e di rendere il suo timbro aggressivo, a volte risultando un po' impostato, tuttavia tecnicamente parlando non sgarra mai, riesce a cavarsela più che bene, senza compiere errori di sorta. “Yoru ga akeru” è stato invece un brano che mi ha conquistato sin da subito, vuoi per il ritornello che si attacca come una ventosa, vuoi anche per la particolare composizione di cui si confa: partendo come una nenia sintetica all'inizio, con accenni elettronici a scandire quasi un'intro progressive per la traccia, in realtà si trasforma in uno dei pezzi più divertenti e giocosi della sua carriera, per via di una costruzione precisa e serrata, un ritmo pacato e molto rasserenante, folkish ma per niente banale, e una musica che pare provenire da suonatori tramortiti dalla calura estiva, illanguidita e sensuale più che mai. Un altro bel centro in un disco che si rivela piano piano, come il miglior vino. In “Kyuujitsu” i toni si fanno invece più lenti e dilatati, quasi post rock nel loro incedere, senza però rinunciare al classico sapore acustico ben sperimentato nell'album, che traspare abbondantemente dal piglio più sentimentale assunto dall'interpretazione di Hata, che qui raggiunge il suo massimo grado di intensità timbrica e narrativa; è un'artista preda del trascinante vortice di pensieri che la musica gli suscita, un'indissolubile catena di incanti che dalla voce del cantautore traspaiono con irrefrenabile forza. E' un altro brano semplicemente incantevole, minimalista al punto giusto e potente fino allo spasimo. “Forever song” è un'altra rock ballad contraddistinta da un eccellente songwriting di base, scandita dal pulsare delle tastiere e della batteria, che però appaiono sbiadite se confrontate all'eccellente utilizzo e controllo vocale da parte di Motohiro, che anche qui non si spreca di certo in fatto di personificazione del pezzo che interpreta, cantato in maniera intelligente e soprattutto mai troppo adagiato sugli allori. I cambi di tonalità, anche se poco evidenti, rendono comunque anche l'ascolto di questo brano una nuova esperienza da trascorrere. Con “Atarashii uta” arriva però una piccola battuta d'arresto: a dimostrazione che una troppa unicità di tematiche e stilistica adottate possa risultare alla fine anche “dannosa” ai fini di un disco anche piuttosto lungo in durata, questo brano risulta pallido, troppo generico e decisamente abusato nella sua costruzione. Di pezzi cantautorali/folkish così ne sono stati scritti copiosamente, e forse, inserirlo a fine album non è stata proprio la scelta più saggia, visto che comunque l'ascoltatore arriva da toni ben più corposi e accurati. Alla fine però è solo una semplice defaillance, per una chiusura tuttavia più che soddisfacente.

Se aveste avuto modo di ascoltare l'edizione limitata del disco, noterete che in realtà la tracklist è leggermente più allungata. Motohiro ha infatti deciso di apporre alla fine dell'album tre collaborazioni con alcuni degli artisti con i quali ha deciso lavorare assieme, unendo quindi sonorità anche lontane dalla sua sensibilità, se vogliamo prenderla alla larga. La prima delle tre proposte è “Boku no ima iru yoru wa”, con la partecipazione di Makihara Noriyuki, che però tendono ad essere sopraffatti dalla personalità volitiva del cantautore, il quale con la sua voce acuta copre, vela la vocalità dell'altro cantante, rendendo quindi l'ascolto un po' incerto e dubbioso sul suo svolgersi. C'è da dire che comunque anche la musica non è che brilli per spessore, è una ballata abbastanza palese e ripetitiva, niente di così spettacolare, e per una collaborazione, questo non costituisce proprio il massimo. Decisamente molte spanne sopra invece quella successiva, “Kuchuu blanco”, nella quale appare anche la ben nota Yo Hitoto, con cui l'artista intona una melodia sottile, tenue, ma carica di un pathos indescrivibile. La cantautrice, che a tratti ricorda il vocalismo giocherellone di Mai Hoshimura, sa sfruttare alla grande gli spazi a lei concessi da Hata, destreggiandosi alla grande anche nelle parte cantate in sua compagnia, in una performance brillante e di facile respiro. Uniamo inoltre a tutto questo il tono jazzy-piano bar che si evince dalla musica, la chitarrina funky ad esprimere accordi liquidi e rotondi sotto un tappeto sostanzialmente pianistico, ecco risolto il problema della corposità che poteva in un certo qual modo guastare e rendere inappropriata una collaborazione che in questa maniera risulta convincente sotto tutti gli aspetti. Per finire in bellezza, arriva “Natsu wa kore kara da!”, condivisa coi Fukumimi, che accompagnano il sapore estivo (e non poteva essere altrimenti, lo stesso titolo ce lo rende noto) della musica coi loro cori gospel, forieri quasi di un'aura sacrale sopra un pezzo pop-rock che per certi versi ricorda moltissimo i Corrs nella loro prima fase, continuando, e ponendo un termine, all'obiettivo di allegria e pacatezza che fin dal primo brano si poteva percepire con passione ed energia.

Motohiro Hata è un artista che non ha bisogno gi grandi novità nel suo sound per risultare sempre persuasivo e mettere in mostra le sue qualità, necessita soltanto di piccole variazioni, della sua incredibile voce e dell'inseparabile chitarra per far capire ai suoi ascoltatori quale sia il suo valore. Sì, in “ALRIGHT” la proposta è sicuramente più scarna, diretta ed essenziale, non per questo priva di fascino e meno riuscita rispetto a quanto fatto in passato. Il suo stile ha contribuito in parte a riportare alla ribalta quella miscela folkeggiante ed acustica che sembrava essere stata sepolta a favore di suoni più moderni e futuristici: ogni tanto un po' di polvere e di aria di passato non fa mai male, continua così, piccolo grande cantautore!

Qualità complessiva delle tracce: 8
Musica: 8
Voce: 9
Copertina: 8.5
Contenuti DVD: 8
8.3
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