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Motohiro Hata
recensioni
Coperdina di Documentary - Motohiro Hata
Documentary
Album pubblicato il 06 Ottobre 2010

Terzo album di inediti per il cantautore di Yokohama, prosegue con minore intensità il discorso di ballate chitarristiche accostandolo a sonorità invece pop-rock e movimentate. Preceduto da una notevole quantità di singoli (ben cinque, di cui uno uscito anche in repackage sei mesi dopo), il disco è riuscito a confermare di dati dei vendita delle precedenti fatiche, essendo stato comprato per oltre 50000 copie.
776 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 12 Dicembre 2010
Riproposta ed aggiornata il 15 Dicembre 2010

Era tanta l'attesa per il terzo disco di Motohiro Hata, che dopo svariati singoli e addirittura un doppio best di rielaborazioni unplugged dei suoi più grandi successi, torna a due anni dal precedente album con la sua nuova fatica di inediti, dal titolo alquanto curioso e singolare di “Documentary”. Un nome del genere potrebbe far pensare infatti ad un lavoro dal taglio più sperimentale e diretto, ma le speranze di chi si aspettava un'evoluzione sonora verso altre direzioni musicali (come il sottoscritto) da parte del cantautore, vedrà crollare inesorabilmente i suoi sogni. E' un album infatti, per quanto ben scritto ed arrangiato, che indugia sulle stesse sonorità ben indagate dall'artista in passato, e che in sostanza, non presenta nessuna innovazione che oramai al terzo disco sembrava essere pressoché inevitabile. Di certo, non si tratta di un'opera disprezzabile, include pur sempre alcuni brani molto forti, peccato che però riveli una certa crisi di inventiva (o forse, una ritrosia ad espandere il suo sound esplorando anche altri lidi) che sicuramente non ne premia il grande talento. Resta il lavoro meno solido ed originale, ma la sua ottima capacità di musicista e compositore persiste intatta, segno che il mestiere c'è, eccome.

La title track “Documentary” ci introduce al suono del nuovo album, proponendoci un pezzo dai toni brillanti, velati di una leggera psichedelia anni '70 vagamente accostabile a Superfly che trasuda di nostalgia da tutti i pori. Tra acustica e cantautorato pop, il brano d'apertura si rivela essere semplice, modesto e senza troppe pretese, che a conseguenza di tutto questo fatica a spiccare il volo, non ha una sua identità ben precisa tale da permetterle di essere riconoscibile tra le tante altre canzoni sullo stesse genere incise dall'artista. Il ritornello forse salva il pezzo dal limbo dell'anonimato totale, spiccando lievemente per intensità e colore (se tutta quanta la melodia fosse stata velocizzata, la stanchezza che si respira dal brano sarebbe scomparsa), ma alla fine, il brano in se stesso è ben composto e intessuto, è soltanto la scena di inserirlo all'inizio del disco che convince poco. “Ai” prosegue sulla stessa scia conduttrice del precedente brano, accentuando però al contempo il lato chitarristico e sensuale della melodia, che veramente tracima di sensualità. E non potrebbe essere altrimenti, con un titolo del genere. L'ottimo fingerpicking del cantautore, sposandosi anche ad una buona prova del batterista, convoglia tutta la sua passionalità nella dimensione intima e privata che traspare da ogni singola nota del brano, dimensione sì semplice, ma stavolta efficace nell'intento. Un'inversione di questi due brani, e si sarebbe potuti partire decisamente bene. “SEA” offre invece all'ascoltatore una traccia più ritmata e scanzonata, che si toglie di dosso la patina appartata per approdare ad una soluzione orecchiabile e solare. Non si tratta di niente di eccezionale, è un pezzo che ancora una volta propone stilistiche da lui meglio espresse, tuttavia costituisce un netto e gradevole stacco da quanto appena ascoltato. Sentori più estivi e rockeggianti per la successiva “oppo”, canzone nella quale, finalmente, appaiono le chitarre elettriche che impreziosiscono il carnet musicale del cantautore, finora alquanto sobrio e contenuto. Peccato che se dal versante del suono il brano potrebbe apparire convincente e ben realizzato, in un pop rock beato e sornione, il lato melodico sia povero e tremendamente fiacco. Il refrain non è in alcun modo incisivo, le strofe sono quantomeno canoniche e scontate, insomma, ancora una volta non c'è il guizzo necessario, la particolarità che esuli dall'esasperante normalità di questo brano. Stessa cosa dicasi per la successiva “Saru mitai ni kiss wo suru”, che però stavolta ha dalla sua il fatto di unire con buona sagacia umori folk ad una struttura elettronica di sottofondo, appesantendo pertanto il tappeto musicale, che migliora sensibilmente il risultato finale rispetto alla precedente, anche se non a sufficienza per poter perlomeno annoverarla tra le migliori del disco. Quest'ultima cosa invece è più che valida per “Halation”, dove, ed era ora, Motohiro sforna una traccia interessante e densissima, grintosa ma al contempo fragile nel suo profondo intimo. In bilico tra il soft-rock d'adozione e dolcissimi archi orchestrali, il brano suscita in soli quattro minuti le più svariate emozioni, dalla speranza, alla passione (da intendersi nel senso più lato), alla gioia di vivere, il tutto espresso col pathos di un artista che quando meno te lo aspetti estrae l'asso dalla manica. Tra i pezzi più belli dell'album, ci fornisce quel cantautore che pareva essersi momentaneamente assopito, rimettendo tutto quanto in gioco con un'esecuzione musicale eccellente, un refrain struggente, e cosa ben più importante di tutte, un cantautore che ritrova il suo senso di essere, la sua condizione più congeniale. “Toumei datta sekai”, altro singolo promozionale, appare ancora più scandita ed irrefrenabile, una vera sferzata di energia pop-rock, di cui tanto si aveva bisogno dopo tanti brani dal sapore slow-core. Interpretazione svelta, rapidissima nel declinare la melodia, si coniuga perfettamente al basso e alla batteria più scatenati e aitanti che mai, grazie anche all'uso della voce più roco e di conseguenza più consono all'impostazione aggressiva del brano. Con questo brano, se non ha portato una rivoluzione all'interno del suo repertorio, l'artista si è reso comunque conto di avere a sua disposizione un nuovo registro a sua disposizione, più duro e sbarazzino, che si confida avrà modo di utilizzare maggiormente in futuro. “Kyou mo kitto”, col suo ritornello piacione e sornione, riesce perfettamente a far combaciare i toni folkish di matrice con sonorità vagamente etniche, ma ancora una volta il dissidio tra (eccellente) parte musicale e (poco più che discreta) struttura melodica ne guastano l'impatto finale, lasciando quasi il dubbio che l'artista sia in piena crisi di inventiva per quanto riguarda la scrittura di liriche forti e suggestive, capaci di dare maggior corpo ad un semplice brano ben composto, carente però di tutto quell'apparato tale da toglierla dalla “banalità” in cui affoga. Un vero peccato, con una base così ricca e sontuosa. “Parade parade”, al contrario, è ben convincente e salda sulle sue fondamenta, virando nuovamente verso il pop-rock, che in questo disco pare proprio fornire i risultati migliori. Anche se la musica non è niente di così particolare o impressionante, è proprio l'insieme e la miscela delle varie sfaccettature stavolta a fornire il buon risultato che si può ascoltare: se si va per esempio a considerare l'inciso e il pre-refrain, è possibile evidenziarne la bella ricerca formale e l'ottima costruzione, che si fa ascoltare e riascoltare senza stancare mai. Non si può proprio dire la stessa cosa per la successiva “Asa ga kuru mae ni”, la quale, pur essendo il singolo più venduto dell'artista, tuttavia non è così spettacolare come potrebbe apparire. Trattasi infatti di un brano tremendamente lungo, una ballad lentissima dalla durata oltre di 6 minuti, che nella sua progressione non fornisce alcun cambiamento tale da giustificare una lunghezza simile. Per quanto bella ed intrigante sia le performance del cantautore, che con gli archi e la sua fida chitarra forma un bel siparietto, sono proprio le immotivate lungaggini e lentezze che si ripropongono puntualmente nel corso della canzone a rovinare il pezzo intero, che con una maggiore sintesi avrebbe potuto veramente splendere. Un vero peccato. La successiva “Selva” è invece la vera perla del disco. Partendo in maniera insolita, tra tribalismi primigeni, tablas e percussioni etniche, che tanto rimandano alla splendida “Isobel” di Björk, Motohiro poi approda in una tonalità quasi latinoamericana nel refrain, nel quale l'interpretazione è costellata da punte di emozionalità ancora ignote a questo disco. Abile nel destreggiarsi tra spunti sonori così distinti e lontani, il cantautore avrebbe potuto adottare maggiormente questa miscela in ambito di produzione ed arrangiamento; l'album avrebbe avuto solo da guadagnarne. “Azalea to houwago” ci fa di nuovo sorbire una canzone abile sotto tutti i punti di vista, sì sognante, ma assolutamente priva di ogni spunto originale, sottotono come mai si era potuto apprezzare finora, è il filler per eccellenza del lavoro, motivo per cui soffermarvisi non ne vale davvero la pena. Si chiude con l'ultimo singolo estratto, la discreta “Metro film”, qui proposta con un arrangiamento diverso, più acustico, e quindi, più scarno ed essenziale, rilassa con i suoi toni caldi e ovattati l'ascoltatore, pur facendosi più decisa e grintosa durante il ritornello, non cambiando comunque più di tanto i connotati generali del brano, Con gli archi e il pianoforte a fornire un tocco di sontuosità, la traccia declina lentamente verso la fine con una dolcezza a tratti scadente un po' nello zucchero, ma i sussurri carezzevoli che ci accompagnano fungono da più che sufficiente termine per un disco che ha eccessivamente dondolato tra alti e bassi.

Con pochissimi spunti atti a mostrare anime diverse da quella folk o quella pop-rock, sorge veramente spontaneo chiedersi se il nostro Motohiro sia in pieno blocco creativo. La sua abilità nell'intessere belle strutture melodiche qui appare come mai essere al rallentatore, e le sue grandi doti di musicista non salavano dal tedio in non pochi casi. Fortuna vuole che i gioielli del disco, seppur ridotti, riescano comunque a far proseguire l'ascolto, che in caso contrario sarebbe risultato difficoltoso. La cosa che si può augurare al cantautore è che riallacci i fili di un bel discorso interrotto due anni fa con “ALRIGHT”, e che soprattutto, abbia il coraggio di reinventarsi, peculiarità che ogni artista che si rispetti dovrebbe avere.

Qualità complessiva delle tracce: 6.5
Musica: 7
Voce: 8
Copertina: 7
7.13
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