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UA
recensioni
Coperdina di 11 - UA
11
Album pubblicato il 23 Ottobre 1996

Primo disco sulla lunga distanza per UA, riprende, ed in parte espande, i molteplici ed interessanti stimoli già contenuti in nuce nell'EP d'esordio, accentuando il lato trip-hop e quello più folk/cantautorale dei brani, con l'aggiunta di qualche tocco ambient-pop e drum&bass. Preceduto da due singoli, e seguito da un altro, il disco è il più acquistato della carriera dell'artista, arrivando a superare le 800000 copie vendute.
560 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 11 Gennaio 2012
Riproposta ed aggiornata il 19 Gennaio 2012
Sì, è evidente che il titolo sia la mossa più paracula dell'universo: battezzare un album, specialmente quello d'esordio, col numero delle tracce in esso incluse, “11” (se si tralascia per un attimo la ghost-track che chiude il disco), potrebbe far sollevare qualche dubbio sulla personalità del progetto. E' qui che però UA ti frega: la scelta è tutt'altro che legata ad una sua intrinseca ingenuità e mancanza di coraggio da parte dell'artista, è dipesa invece dal fatto che il lavoro non è niente meno che questo: una collezione di 11 pezzi dall'ispirazione eterogenea, tenuti insieme dal talento vocale di Kaori, che per la prima volta ha la possibilità di mostrare veramente quanto la sua voce riesca ad essere plastica ed espressiva, unita ad una ricerca sonora che nel Giappone, almeno d'alta classifica, ancora non era arrivata. Focalizzandosi maggiormente sulle grandi rivoluzioni sonore che arrivavano dalla perfida Albione, dalla drum'n'bass al Bristol sound, ma accostandole anche ad una piega cantautorale e ad un interesse per la musica folk e popolare in molte delle sue potenzialità comunicative, l'artista riesce con la prima a fare il botto, mettendosi in risalto per l'impressionante livello di conoscenza musicale e per l'impronta particolarissima, eppure riconoscibile, che sa conferire alle sue canzoni. La parabola incredibile della Shima comincia a prendere forma. 

E' alla lunga e ronzante “Rhythm” che tocca darci il benvenuto, e che benvenuto, di quelli che sicuramente non si dimenticano. La ritmica si fa caldissima, un jazz-pop che ti stende al passo di una melodia divertente e divertita, la quale nonostante la ripetitività del nucleo strofa/ritornello, finisce con l'entrare in testa e non uscirne più. Anche se la produzione non è sempre all'altezza, ispessita un po' troppo con beats leggermente datati, il risultato è comunque eccellente, e il contributo degli ottoni quanto mai opportuno a delineare le caratteristiche di un pezzo ben lontano dalle trite riproposizioni di tanto pop venato di jazz alla giapponese che solo allora cominciava timidamente a trapelare dai suoni “plasticosi” degli anni '80. Si prosegue con la più stravagante e ricercata “Ookina ki ni amaete”, che abbandona per un attimo suggestioni più o meno dichiarate alla musica nera, e invece preferisce mantenersi su un registro espressivo a cavallo tra folk d'annata e allegri rimandi alla musica gitana. L'arrangiamento è più scandito e dinamico, il ritmo è più travolgente e sbarazzino che nell'apertura, e la grazia senza tempo di un mondo fatto di pure e semplici melodie trova qui un viatico preferenziale per manifestarsi in tutta la sua magnificenza, senza niente a bloccarla. Ed è un peccato che tanto splendore si interrompa così, tutto d'un tratto, come una persona che si sveglia di soprassalto da un magnifico sogno. Questo è dovuto all'aver inserito una canzone che già al tempo puzzava di vecchiume gratuito come “Ochita hoshi”. Il sound, volutamente retrò (sembra venuto fuori da qualche dischetto degli anni '80 passato rigorosamente inosservato), è invecchiato malissimo, un'elettronica che più povera e stantia non si può, la quale va quindi obbligatoriamente a guastare i tratti di una melodia invece tutto sommato degna e apprezzabile. Certi riferimenti era meglio lasciarli dove languivano, riproporli in una salsa ambient-pop di dubbia utilità appare quantomeno sconveniente. Resta però un momento isolato in tutta quanta l'opera, anche perché dopo arriva uno dei piatti forti che UA ci ha riservato: “Bara-iro” sembra partire come un classico pezzo d'ambiente, ma la sorpresa che ci riserva poco dopo rende conto dello spessore del personaggio. Bassi penetranti, fluidità e scorrevolezza dei contrappunti di batteria, insomma, ecco a voi servito un magistrale saggio di drum & bass splendidamente interpretata dai “la, la, la” di Kaori, che in ben pochi momenti se ne viene fuori con un testo vero e proprio. Il tappeto sonoro è miracoloso, e per un disco mainstream, specie in quei tempi così prepotentemente dominati dal dance-pop di Namie Amuro, un rischio assicurato, ben ripagato dall'estro “approfittatore” della voce dell'artista, che maneggia ogni materia possibile ed immaginabile, plasmandola a sua immagine e somiglianza. In territori ben meno claustrofobici si muove la seguente “Jelly”, ma in tutto e per tutto è la sorpresa dell'album, la punta di diamante di un percorso maturo sin dall'inizio. Il trip-hop dei Portishead, capace di quel capolavoro immortale a nome “Dummy”, viene riletto dall'orecchio vigile e intuitivo della cantautrice in maniera più sensuale e intima di quanto già non avesse fatto la splendida voce di Beth Gibbons. Il profilo della musica si fa sinuoso e schivo, gioca e lancia continui ammicchi alla Shima, che puntuale risponde all'appello con accentuata malia, specialmente nel refrain che non tarderà molto a diventare vostro patrimonio personale. Una canzone colossale, poderosa, erotica ma mai volgare. Di nuovo il sound da quel di Bristol fa capolino in “Himawari”, ma stavolta, i padroni di casa sono i più stradaioli e narcotici Massive Attack, e le loro poderose linee di basso ad essere più indirizzanti sul suono del brano. I motivi urban diventano più marcati, e contemporaneamente, cosa più unica che rara, velano di un lieve alone di mistero il brano, quasi a rendere i contorni più sfumati ed impalpabili. Nonostante la linea rigorosa della musica, e i piccoli interventi dei piatti da DJ a portare qualche lieve elemento di disturbo, il mix è talmente vorticoso e flessibile che perdervisi a capofitto è ben più facile di quanto possa sembrare inizialmente. Con “Kumo ga chikireru toki” la voglia di UA di rimettersi al servizio della forma-canzone si fa più urgente che mai, e quanta voglia era rimasta ancora inespressa! Il ritornello emozionante incornicia un pezzo potente e denso, un folk-rock più istintivo che formale, sul quale l'artista trova il giusto slancio, senza timore alcuno di apparire troppo fragile e sensibile. Anche perché qui la sensibilità si tramuta in forza, una vertigine emotiva che specialmente nel ritornello, si carica di una grinta irresistibile affine a quello che poi sarà lo standard esecutivo di Cocco, altra grande cantautrice nipponica. E' l'energia vibrante (e anche un po' sfibrante) di una femminilità conquistata che permette a Kaori di destreggiarsi con selvaggia voluttà da uno stile all'altro, e viene a dimostrarcelo puntualmente la successiva “Jounetsu”, qui nel remix dub da parte di King Wadada. La musica, essenziale e disadorna, un accavallarsi di cupi e mesti bassi alternati dal colpo secco di qualche effetto elettronico (d'altronde, è sempre di dub che si parla) inizialmente paiono non andare molto d'accordo col cantato frastagliato e verboso, è solo un'impressione fallace però. Basta qualche ascolto per rendersi conto di come anche questo remix sappia essere invece ben congegnato e architettato con cura. Serve solo prendersi un po' di tempo ed apprezzare quanto questo brano abbia molto da raccontare anche con una foggia così contrastante. Seconda perla assoluta del disco è l'incredibile “Akai hana”, unica ballata qui presente, ma in assoluto una delle canzoni più mirabili in una discografia comunque piena di emozioni. Calatissima negli anni '90 made in Japan, a cui ovviamente appartiene per chiari motivi temporali, la traccia è un lento intenso e fumoso, dove è la voce della Shima e la sua caldissima interpretazione a farla da padrona. Sostenuta da basso e batteria, la nostra si proietta senza esitazioni in un ritornello che più struggente ed appassionante di così equivale a chiedere la luna, coadiuvata anche da bei riverberi che allungano i suoi sospiri tinti di una nostalgia senza fine. Anche in questo ambito, nonostante non abbia mai espresso un grande potenziale, tuttavia spesso e volentieri ha saputo estrarre dal cappello pezzi davvero miracolosi, e un lento come “Akai hana” ha tutti il crismi del “miracolo” (musicalmente parlando). “Mizuiro” è l'altra, ma stavolta lieve, delusione, presente nel lavoro. Si tratta di una canzone ambient-pop, che come “Ochita hoshi”, presenta un'elettronica datata fino al midollo, pregna di riferimenti ad una tecnologia che ora come ora appare davvero ridicola. Soffermarsi molto sul brano non ha molto senso, più o meno ha le stesse caratteristiche di quanto detto a proposito di quell'altro. Si conclude invece con un finale coi botti grazie alla conclusiva “Rendezvous”, che ancora una volta scompiglia le carte in tavolo, presentandoci ritmiche nevrotiche, dal taglio più dance e ballabile che mai. E' un electrofunk screziato giusto un po' di acid jazz ciò che si ascolta, e non è un caso che ricordi, in alcuni frangenti, molti dei momenti più carismatici e pop della Björk degli esordi. Con molta caparbietà, UA si cala nel nuovo ruolo perfettamente, senza la benché minima incertezza, il che è come al solito, da lodare. Chiude il disco una ghost track, che è la versione regolare di “Jounetsu”, quella con cui la cantante è diventata notissima in madrepatria (perché al tempo lo era davvero), in cui l'arrangiamento si fa più jazz ed elegante, sposando e cullando dolcemente la bellissima melodia, in una canzone pronta a metterti il buon umore ad ogni ascolto, che è quello che vorremmo sentire tutti i giorni. 

Vigoroso e caleidoscopico, il primo album di UA ha mostrato a tutto il Giappone di quale estro quest'ultima fosse dotata. Con un bagaglio musicale pirotecnico per essere un disco tutto sommato breve, considerati gli standard di lunghezza degli album nipponici, “11” coniuga mente e anima, ma soprattutto, cuore, e non accogliere un cuore del genere equivarrebbe ad un delitto. Con pochissimi cali di tensione, la prima prova concreta dell'artista saggia un talento impressionante, che in episodi futuri avrà avuto l'occasione di manifestarsi con ancora maggiore evidenza. Enjoy the myth!
Qualità complessiva delle tracce: 8.5
Musica: 8
Voce: 9
Copertina: 7
Booklet: 6
7.7
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