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UA
recensioni
Coperdina di AMETORA - UA
AMETORA
Album pubblicato il 22 Aprile 1998

Secondo album per Kaori Shima, in arte UA, considerato per il livello del songwriting e per la qualità della produzione il suo capolavoro. Oltre a contenere la sua signature-song “Kanashimi Johnny”, singolo che ha lanciato il disco e gli ha permesso di vendere quasi 500000 copie, dall'album sono stati estratti altri due singoli, di discreto successo in classifica. Difficile rintracciare un trait d'union sonoro nei brani, anche se è indubbio che gli elementi jazz e folk dell'esordio possano essere rintracciati anche in questo lavoro.
617 click, un solo voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 08 Ottobre 2012
Riproposta ed aggiornata il 20 Ottobre 2012
UA - AMETORA
1998: l'anno di volta per il j-pop. Tutti i trend che perdurano fino ai giorni nostri, in maniera invero alquanto stanca, ma anche la maggior parte delle più grandi artiste che ancora oggi impazzano nelle classifiche (anche se non con gli astronomici dati di vendita del passato) hanno mosso i loro primi passi importanti proprio quell'anno lì, contribuendo a riplasmare il corso della musica popolare giapponese per gli anni a venire (Ayumi Hamasaki, Hikaru Utada, MISIA, ecc....). C'era però chi aveva debuttato già tempo addietro, e che nonostante la spasmodica ascesa di nuove star, non rimane certo a guardare impassibile, ma anzi si anima di forza e coraggio e firma semplicemente un capolavoro, di quelli destinati a rimanere magari appannaggio di un numero minore di estimatori, ma non per questo meno brillante. A seguito di un primo album che la vedeva corteggiare spudoratamente le nuove tendenze provenienti da quel di Bristol (trip-hop e suoni consimili, per intendersi), UA torna due anni dopo, a seguito di quattro singoli (uno non è presente nell'album) di grande successo, e pubblica “Ametora”, un sophomore che spazza via in un colpo solo tutte le possibili congetture sul “difficile secondo album” e testimonia un momento di creatività felicissimo per l'autrice di Suita. Avvalendosi di collaboratori di grande calibro, talvolta anche internazionali (tra tutti spicca il nome di Arto Lindsay, celebre musicista brasiliano), ma soprattutto, affinatasi nella scrittura e nella vocalità, l'artista ottiene il massimo risultato auspicabile dalle sue doti, suggellando il suo status di diva pop alternativa e stravagante. Un album che merita soltanto di essere riscoperto.

Si comincia con l'ascolto, e la dimensione in cui si viene trasportati non potrebbe essere più ideale. “Kanashimi Johnny”, signature-song dell'artista insieme a “Rhtyhm”, e brano che tuttora la rende notissima e amata tra i Giapponesi, è un singolo semplicemente stupendo, un concentrato di pathos e lirismo che non è poi così semplice trovare in una ballata dai toni jazz. Senza scadere nel gorgheggio gratuito o nella sdolcinatezza gratuita di tanta musica soul, la canzone procede con un taglio acustico e sognante, scandito dalla linea grintosa del basso, ma soprattutto, dall'espressività vocale di Kaori, in perfetto equilibrio tra trasporto emotivo e tiepida tensione poetica nelle strofe. Un gioiello che frutterà ben 350000 copie vendute del singolo, e che arriverà ad essere uno dei vertici massimi dell'intera carriera dell'artista. La ritmica rallenta, l'atmosfera diventa più placida, ed eccoci calati nel mare placido di “Aozora”, mare che aldilà di qualche sparuta, e comunque mai superflua, onda di drum'n'bass minimale, ci porta in un piccolo microcosmo di pace e serenità, appena accennato dal canto della cantautrice, che a tratti confluisce in un sospiro flautato e sensuale. Gli archi, insieme al violino, contribuiscono a ricreare un immaginario dolce e intimo, conturbante ma al contempo tutt'altro che erotico, volutamente carico di un misterioso fascino. L' “alternate mix” di “Amefuri hyades” è un altro colpo di classe di grande spessore, nonché un brano dotato di una certa originalità, il che non guasta mai. Anche qui il gioco di chiaroscuri sfuma, lasciando che le ascese emotive si concentrino soltanto sui brevi scarti vocali del ritornello e dei versi liberi finali, in cui la collaborazione con lo steel pan, strumento d'elezione giamaicano, dà risultati notevoli. Il tocco trip-hop del brano mette in continuità questo pezzo con quanto di bello si era potuto ascoltare nel disco precedente, sublimandolo con una produzione più curata e corposa, che anche dopo quattordici nulla non puzza nemmeno lontanamente di vecchio. I caldi fraseggi “etnici”, da sempre (e anche più di recente) un chiodo fisso della Shima, qui fanno più che un semplice capolino, costruendo con assoluto carattere l'avvolgente minimalismo folk nella hawaiana “Wasurenai”, intrigante monito a non dimenticarsi degli affetti più cari, ma non soltanto. Un canto tradizionale delle isole del Pacifico, particolare ma sicuramente avvincente, ogni tanto s'affaccia al proscenio, mostrando l'incredibile spessore culturale di un'artista che non si lascia irretire dalle maglie della banalità. “Yoru no kaze” è la comprova che l'esperienza trip del precedente lavoro non è passata invano, senza alcun colpo ferire, ma che anzi, mostra come sia possibile riaggiornarne i tratti e le caratteristiche ad una sensibilità più attuale e precisa. Bassline potente e puntuale, armonizzazioni dub dal grande carattere evocativo, una voce soffusa ma mai troppo fiacca e soffocata, costruiscono un brano fumoso e al passo coi tempi, una vera manna per chi cerca sonorità simili che non provengano necessariamente dal Regno Unito e siano contemporaneamente dotati di una propria personalità artistica. “Yuganda taiyou” è invece il brano folk che in tante (e tanti) avrebbero voluto scrivere, ma che non sono mai riuscite a realizzare nella loro carriera. La melodia viaggia spedita e sicura sopra un arrangiamento costruito con chitarra acustica, sprazzi di elettrica e tanta, tantissima batteria, che però si muove sinuosa e tiepida sotto il raccontare fervido e irruento di UA, qui vera e propria mattatrice della forma-canzone. Nel ritornello, pura esplosione emotiva e lirica, la nostra tocca un altro dei suoi apici, di una carriera che sta per compiere oramai il ventennale: chiaroscuri e sfumature, tecnica e passione, il tutto fuso in un brano ineccepibile sotto ogni punto di vista. Vera catarsi sensoriale. A fare il duetto, con le sue perlacee effusioni folk, ci pensa “Koibito”, che però, a differenza della ricchezza cromatica del pezzo che lo precede, si distende in sei minuti di puro minimalismo acustico, sorretto esclusivamente dall'acustica, da un filo di percussioni, e, ovviamente, l'inconfondibile voce di Kaori, qui alle prese con una strofa ripetuta e posata, ma sempre intrigante.

La straordinaria girandola sensoriale continua a macinare e a tritare stili e visioni al suo passaggio toccando anche le battigie del jazz, ed ecco che “TORO” si presenta pronta all'uso, per essere gettata nella mischia e dire la sua. E la dice molto bene, anche se la successione di questa con quella prima non si può non definire spiazzante. Al di là della scelta stilistica, è proprio il cambiamento d'umore, nonché le ascese di timbro della cantante, che costituiscono il vero stacco da ciò che la ha anticipata. Troviamo quindi una UA, irriverente chanteuse, a stridere, deridere, giocare con l'andamento swing della band d'accompagnamento, indubbiamente ipnotica e virtuosa, destra nel gestire gli (splendidi) eccessi dell'interprete, qui ancora più carnale e grintosa che in altre sue prove. Più classicamente jazz, e con decise screziature soul, “Anata no ichiban sukina uta” è l'ennesimo, bellissimo, saggio della malleabilità come performer della Shima, malleabilità messa in evidenza dalla dolcezza e dal calore che riesce a conferire ad un brano altrimenti non memorabile, seppur di ottima qualità. E' commovente il tono passionale, quasi erotico, che una confidenza riesce ad assumere se affidata a certe corde vocali, e tra di esse rientrano indubbiamente quelle della Nostra, validissima cantrice anche sotto le spoglie dell'intimismo puro. Il funk narcotico e sognante di “Soramimi bakari”, giocato sul liquidismo traslucido della chitarra elettrica, e su sparsi riverberi elettronici, chiude un trittico imperniato sul mondo della musica black, arrembando, lenta e delicatissima, alla ricerca di un'atmosfera che sappia essere intima ed esclusiva, ma mai esageratamente introversa, cullando dolcemente, senza mai perdere di vista l'ago della bussola. La linea di canto, vellutata ma non smorta, descrive superbamente l'andamento melodico, tenue come una brezza estiva, ottimamente cesellato. Piccola incursione nella bossa nova, con “Antonio no uta”, e si centra un'altra epifania di sensazioni ed emozioni, tirata su con pochissimo anche stavolta. Ovvio è che questo fervido filone brasiliano abbia avuto modo nel tempo di mostrare quanta passionalità si possa infondere con una semplice chitarra acustica, ma il piacere e l'entusiasmo all'ascolto si rinnovano ogni volta con estrema voglia, specialmente in questo caso, dove l'obiettivo è stato raggiunto appieno. E' il rilassante battere sulle percussioni ad acqua, un candore quasi new age, quello che si respira da “Oyako bashabasha”, composizione di folk altro e folk sperimentale, voluttuosa e imprendibile, eterea e allo stesso tempo così terrena e tangibile, fa storia a sé non soltanto in un disco così variegato, ma proprio in tutta la lunga produzione della Shima, per originalità e brillantezza, e ciò non è poco. Chiude il disco una doppietta di canzoni simili nella struttura, così come nella scrittura, ma dal temperamento diversissimo. Se “Milk tea”, per esempio, è una canzone dalle nuance trip-hop, riflessiva ma contemporaneamente divertente (tanto quanto il video), “Futari”, nella sua cromia pseudo-funk, invita a raccogliersi in un monito di speranza, anche ad una comunione spirituale volendo, senza però assumere tratti misticheggianti, che poco avrebbero avuto a che spartire con le striscianti aperture al rock, e con l'anatomia del pezzo, tutt'altro che esoterica. Aldilà però delle palesi differenze, è nel canto, misurato e posato, che i due brani individuano la più grande somiglianza, a chiusura e completamento di un'opera da conservare e custodire nella propria memoria, protetta dalle intemperie del chiasso esterno.

Difficile parlare male di questo lavoro, impossibile trovargli difetti, almeno a parere di chi scrive. Se c'è un disco che ha saputo esprimere a pieno lo spirito dei tempi, eclettico e rivolto al futuro, di quella magica fine di secolo che il Giappone in musica stava attraversando, quello è indubbiamente “Ametora”, album prezioso, raffinato, studiato in ogni minimo particolare, senza comunque trascurare l'orecchiabilità e la varietà della canzone più propriamente pop. Incrocio di stili, ponte gettato verso l'avvenire (di UA, prima che di tutti gli altri: l'intera sua passione per la musica folk, ancor più che etnica, e per il jazz, si trova qui), il sophomore di Kaori Shima è un vero e proprio saggio di capacità. E per questo, non smetteremo mai di ringraziarla.
Qualità complessiva delle tracce: 9
Musica: 9.5
Voce: 9.5
Copertina: 7.5
Booklet: 10
9.1
Media dei voti degli utenti: 7.5
Clicca qui per i voti dettagliati
Opinioni sul disco ''AMETORA''
#01
mari
Voto: 7.5
mail
Probabilmente senza questa recensione non avrei ritirato fuori tanto volentieri AMETORA, che invece è un album che merita di essere ascoltato più volte. In tutta sincerità la prima volta che ho ascoltato AMETORA qualche anno fa non l'avevo molto apprezzato nonostante le sue conturbanti ritmiche esotiche e l'originalità di UA perchè mi era risultato un pò difficile da afferrare; dunque basti dire che l'album non è uno di quelli orecchiabili, tuttavia non è nemmeno di quelli molto ostici, è un disco che invece lascia un semplice segno in chi lo ascolta, un senso di familiarità, di calore che unisce assieme alla volontà di chi l'ha composto, probabilmente perchè è molto caratteristico e molto denso. Perciò, in poche parole, senza nessuna spiegazione al secondo ascolto, dietro un'altra prospettiva l'ho fatto mio. E l'esperienza è molto affascinante, perchè ci si ritrova su una spiaggia lontanissima incontaminata in chissà quale tempo o in un locale in America ben più di 50 anni fa di notte mentre c'è UA con la sua voce particolarissima, calda, a tenere compagnia. L'interesse di UA per i vari modi di comporrre, concepire la musica nelle varie culture le ha giovato molto e l'ha resa unica, anche per il modo di calarsi in esse, fedele, ma anche proprio. E' come riscoprire la semplicità di una realtà primitiva, incontaminata. Il modo di cantare di UA non è perfetto, la cantante talvolta si lascia andare in gorgheggi che potrebbero apparire sgraziati, eppure lasciano quel segno, quella sensazione che si avverte solo nell'osservare l'esotica copertina, e tutto, com'è anche detto, realizzato con grande attenzione e intelligenza musicale. Parlando delle tracce, Kanashimi Johnny è stata l'unica a primo ascolto a piacermi, e la ritengo ancora una traccia d'apertura molto valida, tra le canzoni "etniche" una delle mie preferite è Amefuri hyadesu, ma le due che ho trovato più intense del disco sono TORO e Anata no ichiban sukina uta, entrambe di genere jazz molto vicino alle atmosfere e allo spirito del genere nei suoi primi passi, evidente soprattutto nella seconda (tanto che l'azzardo supera anche la brava Mika Nakashima). Anche Antonio no Uta merita, prova che UA è in grado di muoversi in contesti variegati unificandoli sotto un'unico stile, il suo. Mi è difficile parlare dettagliatamente di tutte le tracce perchè secondo me è la prespettiva della totalità a uscirne premiata dalle melodie, più che la singola canzone. Quindi do 7.5 da non intendere in senso pieno, ma tendente verso 8. Chi fosse interessato alle sonorità suddette LO ASCOLTI.
2012-10-09 23:05:48
 
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