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UA
recensioni
Coperdina di Breathe - UA
Breathe
Album pubblicato il 30 Marzo 2005

Sesto album per la singer-songwriter UA, e capitolo conclusivo di un'ipotetica trilogia dedicata all'esplorazione del free-jazz e della musica d'avanguardia. Anticipato soltanto dal video promozionale per “The color of empty sky” (brano per il quale non è stata considerata l'uscita di un singolo), il disco si è fermato ad una modesta 44ma posizione in classifica Oricon, stazionandovi per sette settimane.
455 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 23 Giugno 2014
Riproposta ed aggiornata il 11 Luglio 2014
UA - Breathe
Mentre ci si sta avviando al completamento dei venti anni di carriera (che si spera coincidano con l'uscita di qualcosa di nuovo, data la lunga assenza dalle scene con materiale originale, lunghissima poi se si considera di quale Paese si sta parlando), nel 2005 UA, a seguito di un decennio ricchissimo di soddisfazioni, fastoso nell'offerta e originale nella lettura (di testi, contesti e sottotesti), non soltanto decide di non adagiarsi sugli allori, e godersi quindi i meritati riconoscimenti di una lunga e celebrata stagione artistica, ma rincara ulteriormente la dose, proponendosi nel l'arco di poche lune con ben due lavori, diversi nella forma e nei contenuti. Se da un lato abbiamo “Nephews”, potenzialmente il suo album più ricco e maturo, per quanto “mera” raccolta delle collaborazioni man mano disseminate lungo il cammino, dall'altro invece ci troviamo di fronte a un disco curioso, una creatura bizzarra anche per un'artista che delle bizzarrie è stata specialista. Ipotetica chiusura di una altrettanto ipotetica trilogia d'avanguardia incentrata sul minimalismo e sul jazz più impervio e destrutturato, “BREATHE” corre un rischio ancora maggiore, gioca d'azzardo con l'ascoltatore e le sue aspettative invitandolo all'abbandono, al più totale scioglimento dei sensi. Un esercizio apparentemente semplice, finanche ambito, specialmente dopo una giornata faticosa e piena di tensione. Eppure, come il respiro, la sua semplicità è fittizia, richiede il completo controllo delle proprie facoltà per essere portato a termine senza sforzi inutili e fatica aggiuntiva. Ed è proprio questa l'operazione condotta dall'artista nel suo sesto studio-album, lavoro più succinto e docile dei due che lo hanno preceduto, ma forse addirittura più ostico, pur con le sue superfici serene e delicate. Ancora avvinte da un felice velo minimalista, con piccoli soffi di elettronica a giocare con candori dream-pop e una soffice psichedelia, le canzoni dell'album (sì, questa volta lo riescono ad essere pienamente) presentano una UA insospettabilmente pacata e serena per i suoi coloriti standard, una presenza angelica laddove in passato anche nei momenti più lievi emergeva comunque il tocco sanguigno della cantante. Le sorprese, ancora una volta, con la signora Kaori Shima non finiscono mai.

Qualche clangore di sottofondo, piccoli rumori a frastagliare il silenzio circostante, e subito dopo attacca un motivetto di flauto, in controsterzo rispetto al cantato di UA, a delineare l'asse portante delle strofe di “The color of empty sky”, pezzo d'attacco e traccia promozionale del disco, con tanto di simpatico video in low-budget girato per l'occasione. Come le trasparenze del clip, così anche nel brano in questione i piani melodici e armonici si intersecano in continuazione tra di loro, rilevando bei giochi d'incastro (il contrasto tra versi e ritornello si fa tangibile, anche per una lieve enfasi vocale data a quest'ultimo) e coloriture sonore di grande pregio. Gli archi, sottili ma estrosi, diventano quindi una presenza insostituibile, un commento elegante e raffinato alla potenza tutta interiore dell'interprete, mai così espressiva pur in tutto il suo manifesto autocontrollo. E c'è pure spazio per un intermezzo recitato in cui la musica, infantile ma toccante, riesce addirittura a catapultare l'ascoltatore nel bel mezzo di una coloratissima scorribanda venuta fuori dall'immaginazione di Walt Disney. Per cinque minuti e poco più di canzone, la Nostra è riuscita a costruire un universo intero di sensazioni: mica poco, vista la durata tutto sommato succinta del brano. Si cambia traccia, e si entra in un mondo totalmente diverso, fatto di sensazioni lievi e sfumate, in cui è un'assoluta pace dei sensi a regnare. È chiaro che trattandosi di UA, questa pace non viene raggiunta attraverso trucchetti new-age da quattro soldi o meccaniche applicazioni agli stilemi del glitch-pop allora in voga in Sol Levante. Per ottenere l'effetto, per centrare limpidamente il bersaglio senza particolari filtri, all'artista basta riprendere giusto un pizzico di quei tocchi desertici che avevano fatto la fortuna di “SUN”, corredarli di soffusi accenni folk, portarli all'estremo della loro serialità ripetendoli lungo tutto l'arco del pezzo, e il gioco in “Michi” funziona alla meraviglia. Certo, occorre ovviamente sapere quali elementi utilizzare, come dosarli e calarli in un contesto che sappia essere distendente ma non soporifero, fattore non da poco, se si considera quanti ci hanno provato (anche soltanto nello stesso Giappone) e quanti hanno fallito miseramente. Riuscire nell'impresa, per giunta perpetuando l'esperimento lungo la scaletta di un intero disco, è atto da non sottovalutare. Rientrano dalla porta laterale i flauti disneyani invece per “Niji”, accompagnati per l'occasione da un disteso supporto di percussioni, che però non prendono mai il largo per adempiere alla loro funzione ritmica. Anzi, il passo è sempre lento, dosato, pacifico, non c'è mai un'escandescenza fuori posto, che rovini l'ambientazione rasserenante del tutto. Eppure, con tutto che il brano non si carica mai di reali sovrastrutture oltre l'ossatura portante, che il discorso non prende mai pieghe davvero orecchiabili, non si può non notare una certa qual allure pop all'interno del brano, accentuata anche da certi ricorsi infantili che non appartengono soltanto ai flauti messi lì in bella piazza. A dimostrazione che l'esperienza di “Uta UUA” non poteva rimanere un interesse isolato, una situazione contingente a una trasmissione televisiva, la passione per la melodia semplice e zuccherina, fatta e creata su misura per un pubblico di minori, finisce con il permeare anche questo lavoro, nell'indirizzarne le coordinate quando se ne presenta l'opportunità, lasciando piacevolmente sorpresa per la peculiarità con cui la materia viene trattata, plasmata anche per un'audience più in avanti nell'età. E a noi, bambini un po' cresciutelli, piace anche così. In “Moss stares” fanno il loro ingresso, perlomeno in maniera più decisa che in precedenza, suoni elettronici, nelle sembianze di un pattern di synth ripetutamente interrotto e ripreso, intervallato poi con altra strumentazione e campioni vocali. Molte volte è stato detto di UA che si tratta di una sorta di Björk giapponese, definizione appioppata poi, volta volta, alle varie Chara, Rurutia, Tujiko Noriko di turno. Se basta ascoltarsi i suoi dischi (così come quelli di tutte le altre) per rendersi conto che il paragone, se sussiste, vale soltanto in minima misura, ecco, per la traccia in questione il contatto è visibile. Chiaro, vocalmente non si potrebbe essere più distanti (un contralto profondo per la Shima, un soprano squillante per l'islandese), però qualcosa rimanda ai tepori invernali di un capolavoro intimista quale “Vespertine”, alle delicatezze domestiche di un lavoro destinato all'apprezzamento esclusivamente personale, lontani da tutto il resto del mondo. Un raffronto che nobilita in questo caso, vista la portata dell'intuizione, piuttosto che attenuare la riuscita della canzone. Interpretata in due lingue differenti, dapprima l'inglese e poi l'idioma-madre, “Beacon” è un nuovo assaggio delle potenzialità di uno strumento quale il flauto, sempre troppo dimenticato dagli artisti contemporanei. E invece, eccolo diventare nuovamente protagonista di uno dei pezzi del disco, assieme ad un tripudio di percussioni che rendono stavolta l'atmosfera prossima ad un ammaliante tratteggio tribal-ambient. Qua e là non tarda a comparire anche qualche leggera nuance jazz, ma tutto sommato sono linee secondarie, elementi di importanza relativa, se presi nel contesto generale del brano. La pacatezza di fondo, il senso di calma ispirata da tutto il lavoro, permangono comunque fortissimi. Non c'è mai alcuna tensione da dissipare, mai un affanno che debba essere risolto; tutto sta qui, nel volere e nel potere concedersi un po' di tempo per mettere da parte preoccupazioni e angosce, e lasciarsi trasportare, cullare da una musica che non promette altro che un po' di rilassatezza. Il gioco di ripete grossomodo con gli stessi meccanismi sonori in “Tasogare”, complessivamente il pezzo meno affascinante del lotto, sempre avvinto dalla solita quiete di fondo, ma che in fondo non fa che consolidare un canovaccio già sviscerato nelle canzoni precedenti. A questo turno, nemmeno l'intervento di synth può molto per combattere un feeling che un brano del genere sappia molto di stanca ripetizione. Ma tutto sommato, giunti alla sesta canzone, una leggera scivolata del genere può anche starci. Anche perché “Like a soldier ant” si pone in maniera totalmente diversa: sembra quasi di sentirlo prendere vita, di poterlo cogliere, il passo marziale delle formiche in missione, il loro zampettio mentre calpestano il selciato, alla ricerca di nuove provviste per l'inverno. La ritmica, sommessa ma non per questo irrilevante, riesce così a donare sentori di epos ad un evento apparentemente ordinario come la vita di un insetto, delineandosi in una marcetta suadente e coinvolgente, ma mai dimentica di donare la sua programmatica dolcezza. Archi in vena melodrammatica e pure un filo di tromba (qui l'attitudine jazz torna con più incisività) frastagliano la progressione del brano aggiungendoci una buona dose di delicata sensualità, che non disturba però mai la calma psichedelica del contesta, ma anzi finisce con l'esaltarla, con l'accentuarla fino all'inverosimile, quasi come se si trattasse dell'unico modo possibile di fare musica. Infine, “Mori” si presenta come chiusura-riassunto dell'intera operazione. Con il suo arrangiamento minimale e millimetrico, e la sua cadenza rarefatta, garantisce comunque un'ideale conclusione al lavoro, per quanto alla fine non brilli nel contesto per manifeste qualità. Alla fine però si soprassiede volentieri.

Forse non rientrerà in un futuro tra i dischi più apprezzati e conosciuti di UA, rimarrà una delizia per inguaribili aficionados della Nostra: e se è innegabile che chiunque voglia approcciarsi al mondo della cantautrice non partirà mai da un disco del genere, “BREATHE” rimane comunque una chicca di quelle da non perdere: per quanto minore, per quanto all'apparenza priva di nerbo, una raccolta di pezzi come “BREATHE” vi riconcilierà per tre quarti d'ora con il resto del mondo.
Qualità complessiva delle tracce: 7.5
Musica: 8
Voce: 8
Copertina: 7
7.63
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