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UA
recensioni
Coperdina di Dorobou - UA
Dorobou
Album pubblicato il 09 Settembre 2002

Quarto album per Kaori Shima, in arte UA, si discosta con forza dai trascorsi più pop e lineari dei precedenti dischi, a favore di strutture più ispide e irregolari, che pescano tanto dal jazz quanto dall'avanguardia e dalla canzone sperimentale. Preceduto da un singolo e succeduto di tre mesi da una sorta di recut-single, l'album ha tenuto bene all'assenza di ben tre anni, arrivando alla quattordicesima posizione in classifica e vendendo complessivamente oltre 48000 copie.
414 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 20 Aprile 2014
Riproposta ed aggiornata il 04 Maggio 2014
Ci sono musicisti che invece che snaturarsi, optare per la strada più semplice per ammiccare ad un pubblico il più possibile generalista e indifferenziato, proseguono sul loro tracciato, incuranti della fama e del successo, più propensi a esprimere soltanto la propria voglia di sperimentare. Il che, per inteso, non vuol essere minimamente un attacco alle logiche del mainstream o a chi vi ha trovato fissa dimora; se c'è un Paese che ha reso evidente come si possa ambire a produrre progetti di qualità che sappiano imporsi nel mercato questo è proprio il Giappone. Semplicemente, c'è chi pur avendo provato l'ebbrezza della notorietà, poi decide di prenderne le distanze, rompendo pressoché ogni legame con le convenzioni della popular music per ambire a tutt'altri scenari. È il caso di UA: star da grandi numeri del pop alternativo giapponese anni 90, capace di propagandare con successo il verbo del trip-hop e dell'exotica con grande inventiva e passione, all'aprirsi del nuovo millennio decide di spezzare ogni legame che la tenesse stretta con quell'universo (che lei stessa ha contribuito ad espandere), puntando dritta alla passione di una vita, esplicitata soltanto in piccola, piccolissima misura nei primi anni di carriera. Senza neanche una raccolta di collegamento, con quasi tre anni di pausa a sancire la dipartita definitiva da una fase ricca di soddisfazioni, arriva infatti “Dorobou”, primo anello di una ipotetica trilogia di album jazz, ad espandere a dismisura lo spettro espressivo dell'artista, facendola sfociare nell'ambito della ricerca musicale d'avanguardia, dell'espressività slegata dalle regole della bella melodia. Il tentativo sicuramente non risulta ancora perfettamente riuscito, nell'ambito di un'esplorazione ancora ai primi passi, che comunque mostra una voce decisa e consapevole dei propri mezzi, pronta a trovare il suo spazio anche in un ambiente così diverso da quello finora abitato. Il gioco, insomma, vale senz'altro la candela.

Sono un basso, e una chitarra ad animare accordi sullo sfondo, lo scenario alla base di “Kioku soushitsu”, in cui si evidenziano sin da subito strutture minimali, un arrangiamento scarno e pulsazioni ritmiche decisamente assopite, lontane dall'enfasi pop anche soltanto di un “turbo”. Eppure, in questo contesto, la voce di UA si libra ariosa, più espressiva e puntuale che mai: lasciando dietro a sé la musica e ogni elemento che la possa riguardare, al massimo sfruttandoli come semplice supporto d'atmosfera (il vagare del basso sembra quasi proiettare il pezzo nell'ambito di un film noir), la Shima si gestisce con grande scioltezza in diversi registri, dal lento mormorare delle strofe agli slanci vocali del “ritornello”, senza mai lasciar desiderare un accompagnamento più corposo o una composizione più ricca nei dettagli. E quest'ultima diventa la croce e delizia dell'intero disco, l'ostacolo che lo frena molte volte dall'ambire a qualcosa di potenzialmente ancora migliore. Presentata come l'unico singolo ad anticipazione del disco (con tanto di quella che forse è la sua migliore copertina in assoluto), “Senkou”, qui proposta in una versione diversa da quella già pubblicata, gioca nuovamente con un'essenzialità espressiva elevata a stato dell'arte, una secchezza dal sapore desertico che tra percussioni “esotiche” e vocalizzi ipnotici risalta ancora maggiormente. L'espressività indubbiamente c'è, UA al solito fornisce uno spaccato delle sue qualità con tutta la classe che la caratterizza, c'è da dire però che la struttura del pezzo risulta fin troppo sfilacciata, sfiorando a tratti un'inconsistenza da parte sua davvero insolita. Poco da fare insomma, per un brano stilisticamente interessante ma troppo perso nella sua originalità per riuscire a rendersi assimilabile. “Dorobou” arriva invece con il suo bagaglio di jazz soffuso e ipnotico (a tratti le atmosfere richiamano alla memoria il miglior David Sylvian), in cui il basso si presenta nuovamente come strumento d'accompagnamento d'elezione, a costruire inquadrature colme di tensione e fascino, per un'inquietudine malcelata corroborata anche dal sottile impiego delle tastiere. Qui il tutto riesce a presentarsi in una forma pienamente compiuta, lontana da eccessive velleità avanguardistiche e rocambolesche fughe per jazzofili della prima ora. Con “Shunkan” l'approccio alla materia diventa totalmente diverso. Con uno xilofono campionato in chiave quasi glitch, e dei fiati che emergono all'improvviso a donare un taglio da big band scopertasi improvvisamente romantica, è indubbiamente il brano più coraggioso e senza compromessi della raccolta, un pezzo che cambia in continuazione stile e tonalità manco si trattasse di una suite progressive anni 70. Un fiume in piena che mostra UA e il suo staff all'apice della propria creatività e della ricerca sonora, insomma (addirittura in uno dei tanti cambi si finisce con l'illustrare un'inquietante marcetta con la Shima capo-banda, intenta più a sospirare che a cantare), la dimostrazione, sempre che ce ne sia bisogno, che con la musica non si può mai mettere una fine, se la voglia di sperimentare c'è davvero. In “Sekai” la batteria attacca con una dinamica che pare quella di un gruppo jazz fusion, poi però arrivano Kaori e il suo canto a risolvere l'“equivoco” affrontando il pattern ritmico con una piega decisamente diversa. Controllata e misurata, priva degli stacchi spiazzanti del brano che l'ha preceduta, la traccia presenta dalla sua comunque una compattezza notevole che si rispecchia con grande carattere nell'incedere sonnacchioso, per non dire proprio ipnotico, del tessuto compositivo. Tutta giocata su belle penombre interpretative, con la cantante a non alzare mai il tono di voce, avvinta da un fraseggio lento e dosato, da cui far scaturire tutto il proprio fascino. Missione senz'altro compiuta. Per “Buenos Aires” si opta invece per un arrangiamento più complesso e composito nell'organico, che mantiene però tutta la sua irregolarità di tratto e la poca facilità di fruizione. Due chitarre, acustica ed elettrica (quest'ultima sottilmente effettata) a intersecarsi tra loro, profondi solchi di basso a operare nelle retrovie, un trattamento della melodia che al solito lavora sempre di decostruzione: c'è poco da aggiungere a questa descrizione, alla fin fine, ché l'ascolto poi vien da sé. Certo, pecca forse un po' di eccessiva lunghezza per quello che vuole esprimere, ma tutto sommato a uno-due minuti in più di durata si riesce anche a chiudere l'occhio, in circostanze simili. Dove invece si riesce a soprassedere meno è invece con “Door”, senz'altro quello che si rivela essere il pezzo più debole del lotto. Parata jazz-folk senza grande mordente o inventiva, piatta nella dinamica e incapace di grandi sussulti (neanche l'ingresso degli archi non scompiglia troppo le attese), fila via spenta, sgonfia, lasciando debolissima impressione di sé. Infine, “Kanata” arriva e si imbarca nel ruolo di riassumere con buona attitudine alla sintesi i vari aspetti che hanno contraddistinto il disco: flessioni melodiche minimali, arrangiamento secco e tagliente, voce più composta del solito ma mai davvero regolare nel suo narrare. E vi è pure spazio per una chiusura decisamente più spiazzante del solito, bella corposa laddove invece l'andamento generale del lavoro predilige una secchezza asciugata al sole, priva di grande liquidità. Un modo interessante e inaspettato di chiudere un disco, insomma.

Le idee c'erano in definitiva, la voglia di uscire da ogni qualsivoglia schema e inquadratura anche. Occorreva prendere la giusta angolatura per calibrare il tiro e centrare successivamente il capolavoro. Capolavoro, che senza fretta sarebbe arrivato due anni dopo. Per allora, “Dorobou” si stagliava come un nuovo orgoglioso manifesto di indipendenza.
Qualità complessiva delle tracce: 7.5
Musica: 7
Voce: 8
Copertina: 5
6.88
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