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UA
recensioni
Coperdina di SUN - UA
SUN
Album pubblicato il 24 Marzo 2004

Quinto album per UA, vede approfondire con radicalità e incisività ancora più ampie il discorso jazz approntato con “Dorobou”, nei termini di un'espansione quasi corale della materia trattata, che ammette commistioni con il folk, con la musica indonesiana, con la pura ricerca sonora. Anticipato dall'uscita di un singolo, e poi nuovamente succeduto da un recut-single atto a presentare il suo terzo album live “la”, il disco ha raggiunto la ventiseiesima posizione in classifica e vi è rimasto per nove settimane in totale.
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di zefis90
Pubblicata il 03 Maggio 2014
Riproposta ed aggiornata il 31 Maggio 2014
Sempre più ambiziosa, eppure capace di mantenere intatto il suo profilo popular attraverso frequenti apparizioni in televisione e la conduzione addirittura di un programma rivolto al pubblico infantile, il nuovo millennio, già avviato con buon successo artistico grazie a “Dorobou”, vede espandere insomma gli interessi dell'estrosa cantante/lyricist nipponica a dismisura, come forse nemmeno lei stessa si sarebbe immaginata. E non risulta quindi così strano, se il 2004 vede Kaori Shima protagonista di un'annata creativa davvero ricca nella proposta, zeppa di uscite discografiche di notevole interesse. Nel caso in questione, anche più che “semplicemente” interessante: forte delle belle intuizioni d'avanguardia che avevano caratterizzato il precedente lavoro, ma rafforzate da una ricerca sulla costruzione totalmente rinnovata, privo della parziale ripetitività e di una certa ingenuità che invece aveva fiaccato il pur valido predecessore, “SUN” può essere quasi (ma leviamolo pure, questo “quasi”) considerato il capolavoro della maturità dell'artista. Non tanto perché è quello in cui si cristallizza e si definisce con consapevolezza un approccio allo stile, quanto piuttosto quello in cui la coscienza della propria arte trascende steccati e barriere e si propone in tutta la sua purezza, senza filtri o nostalgie. Perché sì, c'è il jazz, c'è l'esotismo (per l'occasione si è addirittura andati in Indonesia, a studiarne la musica e a farsi ispirare dalla natura selvaggia dell'arcipelago), la voglia di un minimalismo senza compromessi, ma poi il risultato non individua mai una categoria precisa, non si colloca nemmeno ad un auspicabile crocevia tra le due tendenze, va soltanto oltre le aspettative e le (legittime o meno che siano) pretese del pubblico. Ciò nonostante, anche in questa nuova veste, ancora più complessa e intricata pur in tutta la sua spolazione sonora, ci sono motivi più che sufficienti per lasciarsi conquistare, trasportare da un immaginario unico nel suo genere, ricco di simboli, visioni e di un amore per l'arte privo della benché minima gratuità.

Rintocchi di percussioni e un'ottima attività di basso sono i lasciapassare che ci permettono di introdurci nell'assolato mondo ordito da UA, un mondo in cui è la natura incontaminata a parlare, il suo respiro e il suo volere a farsi tramite attraverso gli strumenti. Una natura immortalata nei bellissimi scatti che accompagnano il booklet, e che prendono quindi vita anche attraverso i pochi tocchi accorti che animano “Sonna sora ni wa odoru uma”, in cui lo spettro del jazz balugina in trasparenza, ma non prende mai il reale sopravvento rispetto all'atmosfera calda, cocente del brano. Kaori canta con grande classe e controllo, senza intuili virtuosismi che qui avrebbero senz'altro stonato e non poco. Un pianoforte poi accentua la componente più black del pezzo, sopra il quale la cantante ha davvero vita facile, dotata com'è di un timbro tra i più avvincenti e plastici della canzone giapponese, in ogni caso però non v'è mai parvenza di banalità nella composizione, fatto che ne accresce indubbiamente le quotazioni. Sono gli ottoni gli attori primari in “Bouga”, usati con l'estro che tre anni dopo sarebbe stato proprio di “Volta” di Björk, ma più dosati nei colori e nelle sfumature, in osservanza alla calda essenzialità che anima il disco. Su di essi, prima che scompaiano e finiscano nelle retrovie, la Shima imbastisce un ibrido vocal-jazz dissonante ma sottilmente ipnotico, frutto di un'interpretazione penetrante nonostante l'apparente semplicità. Poi, come se si trattasse di una band prog, ecco che si cambia musica, e una marcetta allucinata, quando non psichedelica, fornisce nuovi stimoli all'esigenza narrativa del brano, riuscendo ad allungarlo senza mai tediare. Sopra gentili ronzii che non scadono mai nel fastidioso, UA si diletta in un simpatico passo a due vocale con una bambina nell'attacco di “Fatima to Semira”, prima che una lieve melodia dagli aromi folk si faccia larga e prenda con sé la cantante, che così rimane da sola, sorretta poi da un lavorio di percussioni e da un moderato pizzicare di corde. Trattasi forse del brano più rilassante nell'intero album, in cui ogni elemento concorre a tessere un'atmosfera di tramortita serenità, come se sotto al sole niente può riuscire a fare davvero del male. “Odori tori to kin no ame” potrebbe quasi essere definita una ballad, se si prendesse in considerazione esclusivamente la sua tranche finale. Ma non occorre troppo tempo affinché si evolva e muti in maniera rapida aumentando di ritmo, facendo sì che agli archi e all'arpa si affianchi man mano il gorgogliare del basso. Poi, altro cambio di stile. Quel che stupisce della canzone è la sua intensa freschezza, un tremolio che, anche più di tutte le altre tracce del lavoro, riesce a parlare alla contemporaneità da pari a pari, come se non fossero nemmeno passati dieci anni. In un clima di recupero di certi suoni e sperimentazioni da parte del pubblico più esigente, un pezzo di cui poter fare tesoro, a ben vedere. Si apre con qualche secondo di silenzio “PAPITO”, ma poi è il frinire delle cicale a spezzarne la potenza suggestiva sostituendosi totalmente a quest'ultimo, come se fossero due modi di interpretare lo stesso concetto. Di fatti, non vi è poi molto altro che ne spezzi tutto il potere immaginifico, parca com'è la strumentazione nel non eccedere oltre una percezione a malapena liminale, assente dai radar ogni forma di melodia o di canovaccio che possa anche lontanamente condurre ad una canzone. Qui UA fraseggia, emette vocalizzi, insomma, segue il suo istinto, e fa senz'altro bene, considerata la grande poliedricità che contraddistingue da sempre il suo timbro e la sua attitudine al canto. Una struggente piéce d'avanguardia, slegata da facili consumi e immediate memorizzazioni, insomma. Con “LIGHTNING” invece non ci sono dubbi che tengano: qui non esiste alcuna confusione, si calcano con assoluta convinzione i territori propri del free-jazz, e con una sicurezza che in “Dorobou” era appena accennata. Tanto per far capire come alla Nostra non servano salti mortali per capire come ci si sbroglia dalle situazioni pericolose, traendone al contempo assoluto profitto. Cantato in maniera sopraffina, suonato anche meglio (stupendo l'accompagnamento di fiati), senza grosse nostalgie che la riconducano immediatamente a questo o quest'altro gigante del passato, il brano vede la Shima muoversi al meglio delle proprie capacità, dosando ogni tassello alla perfezione e con un senso della composizione davvero strabiliante. Classe infinita. E si continua così, su canovacci liberi e slegati da ogni cliché, anche nella seguente “ROMA”, dove un basso, e qualche percussione totalmente aritmica, conducono le danze, senza mai seguire una traiettoria che sia realmente prevedibile. Kaori poi ci canta sopra come se nulla fosse, libera da ogni impedimento e costrizione, se non quella della propria ispirazione. Poco altro da dire, se non che nel suo andamento ondivago finisce quasi per rappresentare una sorta di introduzione alla più frenetica e improvvisata “5”, in cui le percussioni e le linee di basso si intersecano senza sosta, in una frenesia compositiva che non rinuncia mai però alla secchezza ambientale, desertica, figlia dell'intera operazione. È un gioco al massacro delle convenzioni, una nuova abbagliante testimonianza di eccellenza artistica da una parte di una musicista mai doma, sempre pronta a una fitta e proficua discussione con se stessa, prima di ogni altri cosa, cosciente di doversi dare nuovi stimoli per potersi evolvere e poter ambire a risultati degni di nota. E pure quando il breve stacco per soli fiati e voce di “EBOH” acquisisce un senso che non sia quello degli skit inclusi a profusione nei dischi rap, si intuisce che il livello è realmente elevato. Son trentasei secondi, soli, eppure nel melodismo così apparentemente infantile e fuori contesto, si intuisce la ricerca di quella psichedelia, di quel contatto con la natura che è il fulcro tematico del sound del disco, sfrondato però di ogni esigenza narrativa che non sia quella del puro simbolo. Magnifica. E si arriva infine ad “UA UA RAI RAI”, che, se il titolo ha già fatto capire qualcosa, non è proprio un brano lineare, dalla melodia piena e corposa. Certo, di melodie sotto questo sole così splendente non è che se ne siano poi trovate molte, questo va detto, ma tutto sommato, se si ribadisce il concetto, è perché ogni traccia a suo modo rappresenta un modo di leggere l'argomento in maniera totalmente diversa, secondo angolazioni e prospettive ogni volta mutevoli. In ogni caso, qui UA si presenta al massimo della sua “furia” psichedelica, flirta finanche con le scale medio-orientali e fa un po' ciò che le pare sopra i tappeti di archi, evitando però l'effetto di un baccano fine a se stesso, che non avrebbe portato da nessuna parte. Qui invece c'è pure l'intermezzo a sorpresa, in una sorta di carosello bambinesco votato su una stralunata interpretazione e dissonanze varie, prima che si riprenda con il tema principale come se niente fosse. Insomma, ovunque si pesca si pesca bene, il concetto alla base è questo.

Soltanto per “AMETORA”, tra i suoi tanti studio-album, si potrebbe sostenere la stessa cosa con analoga intensità. Disco difficile, ostico, lontano da ogni canone conosciuto del j-pop, ma dotato di un'intensità e di una potenza che si sprigionano passo passo, ascolto dopo ascolto, “SUN” sa insomma far sue istanze diversissime e trasformarle in qualcosa di decisamente diverso, ma indubbiamente personale, in cui è prima di tutto il plastico e duttile canto di UA a splendere. E anche per questo, non si può non stimare la sensibilità di un'artista unica nel suo genere, un crogiolo di passione e talento. Anche a quasi dieci anni dal suo debutto, la prova di una caratura semplicemente superiore.
Qualità complessiva delle tracce: 8.5
Musica: 9
Voce: 9
Copertina: 8.5
Booklet: 9.5
8.9
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