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UA
recensioni
Coperdina di turbo - UA
turbo
Album pubblicato il 27 Ottobre 1999

Terzo album per la cantante/cantautrice Kaori Shima. Il disco è un mix piuttosto eterogeneo di aromi caraibici, folk e pop alternativo, per una fatica che sin dalla copertina appare fortemente piegato sul versante “etnico”. Con tre singoli ad anticiparne l'uscita, il lavoro ha venduto oltre 180000 copie, stazionando in classifica Oricon per sette settimane.
385 click, nessun voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 01 Marzo 2014
Riproposta ed aggiornata il 06 Marzo 2014
È il 1999, e UA in Giappone è una star. Alternativa, senza i dati di vendita di un Tetsuya Komuro e del folto stuolo di suoi protegées pronti ad aggredire le classifiche, ma pur sempre una star. Una dal carattere dirompente, con il coraggio delle proprie idee, che non si nasconde dietro la facile tendenza. Una scelta che, nell'arco dei suoi primi anni di carriera, ha fruttato non soltanto un'affermazione istantanea del suo nome, ma le è valso lo status di vera e propria icona pop di fine Millennio. Esagerazione? A giudicare da riviste e classifiche riassuntive, nemmeno troppo, considerata la frequenza, tutt'altro che ridotta, con la quale il nome di Kaori Shima vi appare, segno che la sua impronta, per quanto non al livello dei calibri grossi, l'ha lasciata. “11” e il capolavoro “Ametora” ne sancirono l'ascesa al pubblico e la conferma presso lo stesso, in un'affascinante commistione di profumi esotici, jazz e suadenti echi trip-hop, ricca di suggestioni metropolitane e un fascino da diva consumata, quale lei comunque non è mai stata (e non ha mai tenuto ad essere). A “turbo”, terzo album uscito nel 1999, toccò l'onere e l'onore di andare ancora oltre, di dimostrare a tutti non soltanto che il talento c'era (quello era già stato ampiamente provato), ma che era capace di misurarsi con generi sempre diversi, con la stessa classe e freschezza di sempre. Il tentativo, al di là di qualche leggero tentennamento, può dirsi ampiamente superato: riprendendo le ebbrezze folk “etniche” che avevano caratterizzato il suo primo EP, ed aggiornandole alle esigenze di produzione e stile proprie di un “Ametora”, questo lavoro appare come il suo più brioso e frizzante di sempre, per quanto lontano forse dalle esigenze più pop dei due precedenti album. Ma non è un male, anzi.

Sono piccoli fruscii di vinile mandati in loop, quelli che introducono all'ascolto di “Private Surfer”, qui proposta nella sua versione “puff fishy”, come simpaticamente scritto nel libretto del CD: giusto qualche secondo, prima che una chitarra, con le sue chiusure d'accordo dal tocco quasi country, irrompano nella scena assieme ad un arrangiamento di palese estrazione reggae. E quest'ultima, è una delle più grandi costanti del disco: non lo si prenda però come un semplice interessamento nei confronti della musica giamaicana da parte di UA. A giudicare da tutto l'album, infatti il suo è un approccio al folklore caraibico tout-court, che pesca quindi anche dalla tradizione di Cuba, Haiti e tutti gli altri piccoli Stati della grande regione del golfo del Messico. Il tocco però è inconfondibilmente dell'artista giapponese: quasi a voler dire che i Caraibi sono andati dalla Shima, piuttosto che il contrario, già questo brano d'apertura, al di là dell'interpretazione, come da manuale vibrante e carismatica, sull'arrangiamento di base presenta una melodia sfuggente e articolata, di attribuzione 100%-UA. Un altro grande esempio di come si possano approfondire anche generi apparentemente privi di grandi sbocchi con la dovuta personalità. Giocata invece su controtempi elettronici in contrappunto rispetto all'arrangiamento di chitarra acustica, “Romance” abbassa ancora ulteriormente il grado di definizione melodica, e in virtù di questo convince decisamente meno rispetto all'ottimo pezzo d'apertura. Sì, senz'altro funziona, e la struttura musicale ha dalla sua una notevole originalità d'insieme, è vero però che fatica proprio a rimanere impressa, apparendo più come un brano dignitoso da scaletta che altro. Ci mette più brio e classe la seguente “Laundry yori ai wo komete”, nella quale i bassi, potenti come lame, sono l'elemento di supporto principale alla voce di Kaori, che guadagna tutto lo spazio che può prendersi. Sul piano musicale la canzone è indubbiamente molto più pacata e minimale nella tessitura, il piano su cui si mantiene il tutto è sempre quello di una finezza che non esplode mai per davvero in un ritornello enfatico o quant'altro. Tuttavia, il brano sa essere davvero coinvolgente anche soltanto a livello sensoriale, e direi che questa è una vittoria mica da ridere. “Otoko to onna” accentua la componente funk/disco nell'arrangiamento, ma senza grandi esagerazioni. Resta comunque imprescindibile il suo contenuto, specialmente nell'ambito di una sezione ritmica leggera e trascinante, mai comunque molto marcata (non è una “MINDTRAVEL” di bird, per dire), ma sempre ballabile e frizzante. Le influenze caraibiche tornano ad essere marcate e preponderanti, specialmente nella costruzione di un ritornello tra i più bizzarri del repertorio di UA, dal suo canto qui forse più potente che in molti altri pezzi del lavoro. Ma non è necessariamente un elemento negativo, quando questa stessa potenza viene usata con accortezza, senza inutili sfoggi d'ugola. In questo caso, si può dire che il suo utilizzo non ha portato ad appesantire l'articolata costruzione melodica del pezzo, la missione è stata quindi portata a compimento felicemente. Lunghissima, ripetitiva nell'arrangiamento eppure molto fluida, finanche appassionante, “Summer Melancholic” è proprio come viene dipinta dal suo stesso titolo, un sonnacchioso pomeriggio sotto il sole in balia della propria nostalgia, a rimuginare su vecchi ricordi e rimpianti lontani. Quel gioco di basso sta lì, a farvi tornare ciclicamente sugli stessi pensieri, così come la voce, sempre giocata sui soliti due-tre elementi melodici, a volte pure effettata, non appena entrata la batteria elettronica a comporre quasi un atipico drum'n'bass. Sì, è di quelle volte in cui la ripetitività non pregiudica un brano, ma anzi diventa essa stessa il motivo primario di un simile fascino. Voleste puntare su qualche canzone piuttosto che sul disco nel suo complesso, questa è assolutamente consigliata. Parte con un respiro “Strawberry time”, poi entra la chitarra acustica a dire la sua, in arpeggi vellutati di trepida bellezza. Al di là di qualche fraseggio di tastiera appena percettibile, questo è l'unico elemento sonoro che accompagna Kaori, colta nella sua veste più intima, in un lento di misteriosa arrendevolezza. Forse non proprio ispirata nella linea melodica, riesce comunque a regalare attimi di puro rapimento, fattore da non trascurare, per tracce che fanno del loro appeal da ballad il loro punto di forza. Meglio riesce anche dal punto di vista della riconoscibilità la successiva “Gogo”, in cui la scansione, retta anche dal piglio nervoso dell'acustica, prende la via di un pop-rock più grintoso e viscerale, nel quale anche il basso e la batteria assumono traiettorie più consuete per le nostre orecchie. Qui l'elemento insulare sparisce del tutto, l'atmosfera poggia su fondamenta decisamente più “occidentali” (termine che lascia in parte il tempo che trova) e lo spettro strumentale viene usato nelle sue potenzialità basic, per quanto si sia decisamente lontani dalla consuetudine. Trattandosi di un genere che anche (e soprattutto) nel futuro non verrà praticamente più sfruttato dalla musicista, occorre dire che la sorpresa è tanta, per la sapienza nel sapersi gestire, specialmente dal punto di vista vocale, in un settore a così alto rischio di banalità. Tanto di cappello, davvero. Su un bel melodiare di flauto dalle reminiscenze quasi andine, riverberato talvolta assieme alla chitarra, e con percussioni acustiche a dettare il ritmo, “Kawaku hi ni” è un altro pezzo di grande sensibilità compositiva, in cui la ricchezza degli elementi contribuisce a un disegno decisamente unitario. Stupisce più per la musica che per la scrittura in ogni caso, per questi sentori di Paesi geograficamente distantissimi capaci di evocare sensazioni potentissime, ad un orecchio non propriamente avvezzo a certe sonorità. Comunque vada, è una scommessa portata a casa nel migliore dei modi. La si definisce “Disco style”, la versione qui proposta di “Ringo oiwake”, ma di disco e dei suoi richiami non ve n'è proprio traccia. Sì, qualche vago sentore di dance anni 80 c'è, e questo è inevitabile dato l'uso di certi synth che rimandano proprio a quell'estetica, ma il tocco è quello di un funk latino, dal tratteggio ritmico robusto ma comunque sensuale , in cui la Shima, un po' coperta dalla musica, riesce comunque a dire la sua con grande duttilità d'ugola. Anche qui, l'aspetto propriamente musicale la fa da padrone, ben più che la scrittura, forse un po' troppo arrendevole. Tutto sommato un altro buon centro, senza grossi problemi. “Tameiki” è, insieme al brano conclusivo, il brano meglio centrato e presentato dell'interoa fatica. Qui si fanno più presenti i richiami al trip-hop che fu protagonista assoluto di “11”, ma vengono dissolti, metabolizzati alla luce della nuova passione per il dub, per i bassi che intrappolano la percezione e non forniscono alcuna via di fuga, e per una melodia che alla narcolessia tipica del genere propone una nuova forza. La strada scelta porta comunque UA ad indovinare struttura e sovrastruttura, a far sì che la melodia, che prende quota piano piano fino al ritornello, non potesse prendere una via migliore di questa per arrivare dritta alla meta. Un bel centro, a cui segue una delle versioni remix del singolo “Kazoetarinai yoru no ashioto”, tra i suoi più centrati in assoluto, e probabilmente il più radiofonico dell'intero album. Merito di quel ritornello, segnato da una vigorosa performance à la UA, che non lascia minimamente scampo. La versione reggae qui proposta anzi accentua la fisicità della voce, la voglia di libertà che il pezzo sembra quasi voler ispirare, in una sinergia tra testo e contesto che qui giunge a ottimo compimento. Il tempo di superare il minuto e rotti di “Nohara song”, quasi un divertissement infantile nell'economia di un disco mirato a tutt'altre esplorazioni (c'è solo la voce di UA e uno strumento a corda, registrati a bassa fedeltà, in una melodia tutt'altro che mirabolante), ed ecco che arriva il capolavoro dell'intero disco, il punto di non ritorno in cui tutto figura al punto giusto, sublimandosi in un amalgama davvero compiuto: con lo steel-pan a diventare strumento d'elezione della canzone, e un refrain ingegnosamente strutturato (privo di ogni banalità eppure orecchiabile come pochi altri nel suo lungo corso artistico), nei suoi sei minuti di durata “Skirt no suna” riesce a trasportare sulle spiagge assolate dei Caraibi senza nemmeno l'utilizzo di un supporto visivo (comunque il video rende partecipi della scelta fatta), con il solo apporto di una voce più calda ed espressiva che mai e di una strumentazione che le viene decisamente in soccorso. Chiusura più degna e riassuntiva non poteva esserci.

Qualche alto e basso nel percorso, ma il disco tiene testa alle sue premesse e alle sue promesse. “turbo” è caldo, rovente, capace di divertire e appassionare anche quando le cose non girano proprio nel modo giusto, quando non c'è la canzone killer da gustarsi ancora e ancora. Ma dopo un album come “Ametora”, qualsiasi fosse stata la sortita successiva avrebbe scontato il confronto. Poco male, il lavoro rivela comunque stimoli sufficienti a validarne l'efficacia: inutile chiedere di più.
Qualità complessiva delle tracce: 7.5
Musica: 8
Voce: 8
Copertina: 6
Booklet: 7.5
7.4
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