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Wagakki Band
recensioni
Coperdina di VOCALO Zanmai - Wagakki Band
VOCALO Zanmai
Album pubblicato il 23 Aprile 2014

Disco d'esordio del collettivo giapponese, coinciso con il suo passaggio alla avex trax e il suo lancio in chiave major. Capeggiata dalla carismatica figura di Yuko Suzuhana, eccellente utaite e musicista, la band si distingue con assoluta originalità per una commistione unica di sonorità appartenenti alla tradizione folk giapponese e hard-rock di derivazione occidentale, atta a trasformare del tutto pezzi del famoso progetto VOCALOID. Lanciato da un buon numero di videoclip che hanno finito con il circolare rapidamente tra gli appassionati, l'album è stato un notevole successo commerciale (considerata l'operazione), stazionando ad una buona quinta posizione nella prima settimana di permanenza e vendendo complessivamente più di 50000 copie.
1506 click, un solo voto degli utenti
di zefis90
Pubblicata il 26 Ottobre 2014
Riproposta ed aggiornata il 13 Gennaio 2015
Wagakki Band - VOCALO Zanmai
Wagakki Band - VOCALO Zanmai
Si sa: ovunque si senta (o si legga) parlare di musica, è tutto un lamentarsi perlopiù che ai giorni nostri non esce mai niente di originale, che non si fa altro che ricalcare e rimasticare influenze e tendenze del passato, e che quest'ultimo rimane il rifugio nel quale cercare riparo per poter pescare, non si sa mai, qualcosa che sappia ancora risuonare di una freschezza persa non si sa bene quando. Ad avviso di chi scrive, non si potrebbe essere più lontani di così dalla realtà: non vivremo di certo nell'epoca d'oro della musica (ma è davvero esistita?), ma di progetti che continuano a produrre musica di spessore e a condividerla con il pubblico, piccolo o grande che sia, ve ne sono in gran quantità. Ben più difficile che questi stessi progetti raggiungano dal canto loro un consenso su larga scala, un riconoscimento che vada al di là dei piccoli circuiti di estimatori: quando succede, è festa, e la riprova che determinate cose, se esposte in un certo modo, possono appetire in maniera molto più ampia di quanto si pensi. I Wagakki Band sono la prova tangibile di quanto creatività, passione e riconoscimento possano a volte andare d'accordo e di pari passo. E scusate se vi sembra poco. Capeggiati dalla carismatica figura di Yuko Suzuhana, polistrumentista, stroardinaria interprete di poesie e cantante di raro fascino, con un palco musicisti difficilissimo da trovare assieme in qualsiasi altra band, gli otto sono la cosa nuova più eccitante che si sente in Giappone da almeno cinque anni a questa parte, senza esclusione ancora. Il perché è presto detto (si fa per dire): per quanto la loro operazione non sia niente di innovativo nel senso più stretto del termine, sono forse i primi ad aver perseguito una compenetrazione così accorta tra la musica tradizionale del Sol Levante e le potenti sonorità rock (declinate in vario modo) proprie dell'Occidente. Modernità e passato che vanno a braccetto nel segno del reciproco rispetto e del dialogo aperto, insomma: una fusione così accorta e riuscita, perseguita in tutte le sue potenzialità comunicative, non si era mai sentita prima d'ora. E il bello è che neanche si tratta di brani inediti! No, si tratta nello specifico di rimaneggiamenti di pezzi scritti attraverso il famoso programma Vocaloid, e poi dati in pasto alla digital-star di turno. C'è da stupirsi sul serio per come tutto riesca a suonare così nuovo e potente, come scagli a distanza infinita potenti messaggi verso il futuro. Che il meticciato stilistico sia nuovamente la strada verso nuove appetitose combinazioni musicali?

Come prevedibile, data la natura dell'operazione, non ci si possono aspettare grossi scossoni o variazioni di rilievo tra i vari pezzi, che non siano puramente melodiche/interpretative. Gli arrangiamenti insomma sono di una compattezza estrema, rarissime sono le sviate (e se vi sono, sono millimetriche) da un canovaccio sonoro in cui la compenetrazione tra “classico” (per gli standard giapponesi) e contemporaneo è perseguita con tutta la dovuta convinzione del caso. E “Tengaku” si premura di illustrare la ricetta con tutta la potenza e la raffinatezza necessarie. È lo shakuhachi suonato da Daisuke Kaminaga ad aprire le danze, imbastendo un'aria di esile intensità, quand'ecco che al suo acuirsi, in compagnia dello shamisen e del koto, entra in scena l'intero impianto rock su cui poi si baserà l'intero andamento ritmico del lavoro. Ed è un ingresso di quelli che non si dimenticano: con una ruvidezza ed un'energia che in altri lavori si potrebbe addirittura definire metal, eppure con un'eleganza e un gusto per la dinamica che ha del sorprendente, la loro musica possiede il taglio epico di certi progetti heavy provenienti dal Nord Europa, ma con un'espressività nei dettagli e una ricercatezza che a questi ultimi sfugge del tutto, com'è naturale che sia. Al tutto aggiungiamoci una cura maniacale per la produzione, scintillante, ma mai patinata, e le capacità vocali della Suzuhana, ineccepibile nel dosarsi tra canto recitativo (nel cui controllo eccelle su tutta la linea) e interpretazioni più consuete nell'impostazione, e il gioco è fatto. Di un abbrivio così pochissimi dischi sono dotati. E così “Setsuna trip” ribadisce il concetto con analoga fascinosità, accentuando semmai gli elementi più ritmici dell'apparato rock, in un andamento che quindi diventa più spezzato, “seghettato”, se si cercasse di tradurlo in termini onomatopeici. Le voci peraltro (ad accompagnare la Suzuhana, specie in veste di backing vocalist, compare anche uno dei membri del gruppo) si rafforzano vicendevolmente: specialmente quando si arriva in prossimità del ritornello, i passi a due diventano addirittura necessari, una simbiosi da cui è impossibile prescindere, pena il perdere tutta questa soave complessità. In “Yoshiwara lament” l'elemento chitarristico invece, per quanto possibile data l'omogeneità del prodotto, si appiana, retrocede nello sfondo, lasciando che sia invece il grande lavoro dei musicisti folk a svettare sopra ogni altra cosa. Koto e shamisen dicono la loro con una perizia fuori dal comune, Yuko si esprime con una caratura da popstar consumata nonostante il suo repertorio espressivo non peschi proprio da quest'ambito, mentre il basso e la batteria dettano il passo senza esagerazioni di sorta, anzi, intensificando il tratto più romantico e delicato dell'arte della Wagakki Band. “Kagerou days” invece si evidenzia per il suo assetto più diretto, pop-rock, per uno stacco di chitarra dalle movenze quasi funky, per un vigore che in un album non certo riflessivo rimane comunque impresso. La melodia descritta dallo shakuhachi, tra le varie pause che il canto concede, rimane comunque l'elemento più interessante e memorabile del brano, tutt'altro che scadente o mal costruito in ogni caso. Il tenore medio del lavoro si mantiene sempre su livelli considerevoli, di cadute se ne rintracciano soltanto a volerle rintracciare a tutti i costi. “Niji-iro chouchou” è una piccola parentesi estetizzante e romantica (fatto espresso sin da subito dalla sempre entusiasmante voce della Suzuhana, che a tratti prende la via del miracoloso timbro della alan degli esordi), una riflessione di dolce intimità a cui si sovrappone la solidità dell'impasto rock soltanto nella seconda metà, quando un'ulteriore enfatizzazione del primo registro non sarebbe risultata poi di grande interesse. La melodia resta tra le più riuscite dell'album, in ogni caso, e non mancherà di mietere le sue vittime. “Iroha uta” si manifesta invece sin da subito per la sua potenza, con gli accordi della chitarra elettrica a mettersi in risalto senza troppi convenevoli. Naturale che il resto sia una ovvia conseguenza di questa iniziale decisione, con l'interpretazione a farsi sostenuta e grintosa, e la restante strumentazione a passare in rassegna tutta la propria granitica costituzione, mettendosi in lustro e segnando un altro passaggio di tutto rispetto, per quanto non di certo sorprendente. “Roku chounen to ichiya monogatari” ha dalla sua una teatralità la quale, partendo dalla fervida vitalità della matrice folk, si manifesta in forme che quasi rimandano all'antica arte del kabuki, scoprendo una vicinanza con le miracolose ibridazioni east-west di quel capolavoro che è “Japanese girl” di Akiko Yano. L'inflessione melodica comunque rimane totalmente discosta da contaminazioni tra Oriente ed Occidente, per quanto il ritornello, così caotico e ipercinetico, parrebbe testimoniare il contrario. E se quest'ultimo finisce con l'affossare, per non dire l'appiattire la voce della Suzuhana, un po' dietro nel mixing, senz'altro il brano presenta dalla sua spunti di spicco (nell'ambito sempre dell'assoluta compattezza timbrica del disco) e note di rilievo che non mancheranno di aumentarne la memorabilità. E con i siparietti ambient di tutto rispetto che la contraddistinguono, si passa poi a “Tsuki. Kage. Mai. Ka”, in cui è la poesia della notte, il fascino eterno e senza tempo della luna a prevalere, con le sue atmosfere rarefatte e quel minimalismo tutto chiari e scuri che i Giapponesi tanto amano. L'arrangiamento di chitarra è prezioso e intenso, le percussioni scandiscono il ritmo con grande senso della dinamica, e Yuko al solito si dimostra una performer eccellente. C'è bisogno di qualcos'altro? La Wagakki Band ha deciso che era il caso di venirsene fuori con un ultimo terzo di album decisamente entusiasmante, ergo sì, c'è bisogno di qualcos'altro. Per la prima volta, la controparte maschile ha la possibilità di dire la sua totalmente nella magnifica “Episode.0”, e si esprime splendidamente, sfoggiando un timbro interessante, dai potenti contorni femminei, e proiettandosi con un fascino che sa di antico sopra la canzone, ancora una volta arrangiata in maniera strepitosa (fantastico lo scarto d'intensità tra la prima e la seconda parte). Non è proprio la più accessibile del lotto, di certo però risulta tra le più affascinanti in assoluto. Si vira in ambito folk-metal con “Shinkai shoujo”, che fa della propria robustezza e del vigore i suoi punti di forza. Il basso in particolare fa la parte del leone, macina sensazioni e ritmiche con precisione chirurgica, lasciando che su di esso si imperni tutta la rimanente strumentazione. Certo, il ritornello rimane un po' prevedibile (di certo la capacità di trasformazione del collettivo non può riuscire in tutti i casi a “nobilitare” il materiale di partenza), ma tutto sommato non è di certo quello che si potrebbe considerare un riempitivo senza capo né coda. E se desideravate rendevi ulteriore conto di quello di cui è capace Asa, il bassista della combriccola, basterà dare un ascolto a “Nou shou sakuretsu girl” per averne un'ulteriore prova: quando pesta, e spinge con il groove, diventa una macchina inarrestabile, un portento naturale a cui è davvero arduo resistere. A destare ulteriore interesse qui è lo scambio vocale a rincorsa, con la Suzuhana e il suo partner a darsi il cambio in un crescendo di velocità e di abilità tecnica, senza sacrificare un briciolo di emozione: la riprova che tutti loro sono grandi e versatili musicisti sta tutta contenuta in questo brano qui. Come gran finale, il capolavoro nel capolavoro: “Senbonzakura”. Si potrebbe smettere qui, impedire che le parole finiscano per semplificare quanto si prova all'ascolto del brano. E allora vi dirò che il gioco di shamisen sin dall'inizio interpreta partiture tutt'altro che banali e sempliciotte, destreggiandosi tra tempi e soluzioni davvero diversissime tra loro, che la melodia è stata praticamente riscritta con una sagacia e un acume più unici che rari, che quel ritornello vi si stamperà in testa e non vi lascerà per tanto, tantissimo tempo. E concludo qui: vi attende semplicemente l'ascoltarla e l'innamorarvene.

Difficile capire come un progetto così ben definito, dall'estetica finendo al concetto, possa evolversi. Ancor più difficile azzardare scommesse su possibili svolte nel futuro. Quel che è certo però, è che un prodotto così originale era da anni che non lo si ascoltava. E occorre ripeterlo, al costo di sembrare ridondanti. Fatevi un regalo: ascoltatelo. È alquanto improbabile che rimaniate insensibili.
Qualità complessiva delle tracce: 8.5
Musica: 9
Voce: 9.5
Copertina: 9
9
Media dei voti degli utenti: 9.5
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Opinioni sul disco ''VOCALO Zanmai''
#01
freemaxwolf
Voto: 9.5
http
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Wagakki Band è un gruppo, grandissimo, che ho scoperto per caso sul web con i suoi bellissimi filmati della prima ora: Tengaku, Roku Chounen to Ichiya Monogatari, Senbonzakura (peraltro già presenti sul loro EP "Joshou" del 2013). Un album che ho ascoltato per molto tempo e che è cresciuto ad ogni ascolto. Si alternano canzoni più lente ad altre molto veloci (come Nou Shou Sakuretsu Girl, canzone molto particolare, in cui i due cantanti vanno ad una velocità iper). Oltre alle tre canzoni già note, ci sono altrettante belle canzoni: Yoshiwara Lament, Iroha Uta (sensazionale) e Tsuki. Kage. Mai. Ka (anch'essa già presente nell'EP del 2013). Trovo stupenda la voce di Yuko Suzuhana (a volte usando il falsetto), di cui ho già apprezzato il talento con gli Hanafugetsu in cui sono presenti tre componenti della Wagakki Band: la stessa Yuko alla voce, Daisuke Kaminaga allo shakuhachi e Kiyoshi Ibukuro al koto. Nel DVD (per l'edizione limited) della durata di circa 50 minuti ci sono i tre video già noti sul web e la realizzazione dei video stessi. Uno stupendo CD da un gruppo divertente e sorprendente! Complimenti a Zefis per la bella recensione.
2014-10-26 11:18:49
 
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