ayaka
recensioni
di Jen-pop
Pubblicata il 12 Gennaio 2012
Riproposta ed aggiornata il 29 Gennaio 2012
L’atteso e ormai imminente ritorno di ayaka sulla scena musicale J-pop mi dà il “La” per ripercorrere le tappe del cammino artistico di una cantante che, per doti vocali e interpretative, si pone sicuramente su un gradino più alto rispetto a molte sue colleghe. Il primo album, “First Message”, racchiude già in sé tutti gli elementi che ne caratterizzeranno lo stile negli anni a venire. È il lontano 2006 e ayaka reca al pubblico il suo primo messaggio d’amore.
Il brano di apertura, “Start to 0 (Love)”, presenta una struttura che fonde insieme ritmica funk e sonorità aperte pop, con qualche lieve influsso blues. Il timbro vocale è limpido ma al contempo di spessore: un colore che si impone all’udito e diventa subito inconfondibile. Sa essere dolce e aggressiva ayaka, senza mai eccedere; sa dosare il suo respiro per creare flussi melodici decisi e coinvolgenti. Il pop leggero di questa traccia, con la chitarra in primo piano e buone percussioni, è decisamente un buon inizio. In “Real voice” la cantante mostra anche un’anima rock – altra espressione sublime della sua versatilità – e ci delizia con vertiginosi cambi di registro, mentre l’organo elettrico e la chitarra ci trascinano in una discesa di settime che colorano il quadro con le loro sfumature sonore. Bello e trascinante il ritornello. La terza traccia, “Sha la la”, presenta anch’essa una ritmica funkeggiante, ma stavolta è più una danza, che ondeggia e sembra volerci cullare. Influssi di musica d’oltreoceano in questo brano discreto e senza sbavature. “BLUE DAYS” è una ballata delicata. Qui la nostra soulgirl quasi sussurra la melodia, per non disturbare l’animo di chi ascolta. Descrive giorni tristi con nostalgiche note “blue”, per poi accompagnarci verso la struggente “I believe”. Primo singolo per ayaka, questo pregevole brano ha i suoi punti di forza in una melodia accattivante, un pianoforte quasi sfiorato che crea un’atmosfera malinconica e una sezione archi che scivolano dolcemente sotto la struttura ritmica portante. Con questa romantica ballata la cantante schiude il guscio e si mostra a noi per la prima volta. La successiva “Stay with me” è un pop funk leggero, scorrevole, senza infamia e senza lode. Una passeggiatina tranquilla con qualche rapido sussulto vocale, tanto per gradire. Più rock in “melody”, secondo singolo estratto da quest’album. Brano solido, ben costruito, in cui lo sviluppo melodico è chiaramente orientato a un’esplosione vocale nel ritornello. In questa efficace successione di tracce si inquadra bene “Kimi no Power to Otona no Furi”, altra canzone rock, il cui ritmo serrato appare tuttavia meno incisivo rispetto a quello sentito nella precedente. Solo un divertissement per ayaka, che esplora tutte le potenzialità della sua voce. Con “Eien no Monogatari” si torna alla quiete e alla dolcezza. Una chitarra acustica folk accompagna da sola la voce per tutto il brano, di breve durata nonostante il titolo. Più soul invece per “Toki wo Modoshite”, con i fiati in prima linea, come di consueto accade in questo genere, che sembra congeniale alla cantante. Tornerà infatti in “WINDING ROAD”, nata dalla collaborazione artistica con il talentuoso duo Kobukuro. La sequenza numerica del brano che segue, “1.2.3.4”, sembra voler dare una spinta in avanti, ma è una successione ritmica che sa di già sentito. La melodia si presenta scarna e non riesce a dare pieno slancio. Ricorda l’Aguilera in alcuni passaggi, la nostra ayaka, che qui fa sfoggio della sua vena più aggressiva. “Story” ci riporta invece a un’atmosfera più tranquilla. Non c’è molto da dire su questo brano, semplice e orecchiabile, sostenuto da una buona chitarra elettrica. In “Rairarai” si percepisce in modo più chiaro un’altra delle caratteristiche di ayaka: una pronuncia che tende a ovviare ai limiti imposti dalla morfologia della lingua giapponese, poco cantabile in alcuni generi. Lo stiramento e l’allargamento delle vocali, ad imitazione dell’inglese americano, è la soluzione adottata a fini metrici ed espressivi. E arriviamo quasi alla conclusione, con “Mikazuki”, regina indiscussa dell’album. In questa canzone, che detiene il record di vendite tra i suoi singoli, ayaka tocca probabilmente, fin dall’esordio, la vetta più alta della sua produzione di ballate. Prima dolce, quasi sommessa, poi intensa e appassionata, ella ci trasporta nel suo animo più profondo, segnando con questa perla il suo ingresso trionfale nell’Olimpo musicale J-pop. In chiusura disco, decide infine di scendere in strada e di cantare da sola, senza accompagnamento strumentale, il suo “message”. Pochi secondi le bastano per comunicare alla gente la sua voglia di cantare, e di sentire la risposta di chi accorre ad ascoltarla, sua unica felicità. Con questo primo album ayaka esplora svariate soluzioni sonore, alla ricerca di uno stile ancora non ben definito. Brani a cavallo tra diversi generi, in un continuo crossover, sono il manifesto delle potenzialità espressive della giovane artista. Un lavoro in buona sostanza discreto, con un due singoli che ne alzano il livello qualitativo generale, lasciando intendere che il futuro regalerà forti emozioni. Qualità complessiva delle tracce: 7 Musica: 8 Voce: 9 Copertina: 7.5
7.88
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